A.A.A. NUOVA IDEOLOGIA CERCASI

In Brunei non si è festeggiato il Natale mentre le scuole di cucina italiane registrano il tutto esaurito. Cade il muro di Berlino e il Capitalismo globalizzato rimane senza concorrenza. La vera antipolitica è la politica di chi ci ha condotto a questa interminabile crisi. Cambiare il sistema prima che lui cambi/macini noi. Senza l’assunzione di responsabilità da parte di tutti i cittadini vi è solo plutocrazia e non democrazia.

Avvertenze: la lettura di questo articolo potrebbe dare senso di vertigine, a causa della scomparsa di assodati punti di riferimento. Se ne sconsiglia quindi la lettura a deboli di testa, reazionari e conformisti. Potrebbe lasciare un senso di dubbio crescente sulla vita quotidiana.

Durante il periodo natalizio oramai alle spalle una notizia ha fatto capolino sui giornali italiani: “Natale vietato nel Brunei. In carcere chi festeggia”. Primo elemento: il sultanato del Brunei, ex colonia britannica ora monarchia assoluta, è situato nel sud est asiatico, incastonato nell’arcipelago malese, ed ha una popolazione – musulmano più musulmano meno – di circa 400 mila persone. Probabilmente il numero di credenti che avrebbe voluto festeggiare la nascita di Cristo (con annessi risvolti profani come cenoni, brindisi e scambi di regali, prodotti in anonimi capannoni dall’altra parte del mondo, davanti al presepe) non sarà stato elevatissimo, non solo per l’esiguo numero dei suoi abitanti, ma anche e soprattutto per la sua tradizione storico/religiosa di stampo principalmente islamico oltreché per la sua ubicazione geografica in un’ area del mondo assai lontana dalle canoniche radici cristiane. È un po’ come dire che in Lapponia sono proibiti i barbecue, magari qualcuno ci potrà rimanere anche male, ma senza scomodare l’antico proverbio nato dalla saggezza popolare “Paese che vai usanze che trovi”, se ne farà anche una ragione, considerando il clima/contesto non proprio adatto alle feste all’aperto. Secondo elemento: perché i media italiani sentono l’esigenza di dare una non-notiza come questa? La risposta la possiamo trovare nel numero crescente di coloro che in Italia – durante il boom della terza rivoluzione industriale legata ad Internet, agli sviluppi tecnologici ed ai brevetti legati alla ricerca – decide di iscriversi ad una scuola di cucina. Mentre tutto il mondo procede a passo sempre più spedito verso un tipo di formazione/scolarizzazione di stampo scientifico (rischiando addirittura e colpevolmente di tralasciare e dimenticare tutte le conquiste etico-morali legate al procedere filosofico ed umanistico) noi italiani vediamo sempre più come valida scommessa per il nostro futuro la cucina. Chi sta scrivendo questo articolo è un amante della buona tavola, del vino genuino e della ricerca sul territorio, ma al tempo stesso capisce che non è tutto qui; c’é molto di più nel mondo da scoprire e costruire. Stiamo assomigliando sempre più agli indigeni del continente americano che nel 1626 vendettero ingenuamente l’isola di Manhattan ai tecnologicamente più avanzati esploratori olandesi, permettendogli di concludere il miglior affare della storia, per un ammontare equivalente a 24 dollari. Mentre la scuola e le università stanno andando in rovina, i giornali – supini all’establishment – ci raccontano di tutto tranne quello che ci serve veramente per comprendere la complessità del mondo moderno. Intontiti da questo inutile rumore di fondo, ci lasciamo ipnotizzare, tra le altre cose, dai programmi di cucina. Il nostro mondo, delimitato da un fornello ad induzione o un frigorifero ventilato, sta diventando sempre più piccolo. Gli “olandesi” di oggi vengono a casa nostra per portarci via i marchi e le aziende migliori in cambio di un pugno di perline colorate. E la politica senza alcun pudore, li definisce investimenti esteri. I nostri cervelli più acuti, una volta formati (e questo non ci costa poco come sistema paese) se ne vanno all’estero perché privati di possibilità d’impiego adeguate non solo dal punto di vista retributivo.
Le élite economiche godono di rendite di posizione (lo dimostra la carenza cronica di investimenti sia infrastrutturali sia in ricerca e sviluppo), quelle politiche mantenute/sponsorizzate dalle prime, fanno in modo che nulla cambi nonostante le loro promesse di riforme, tagli e snellimenti delle deformità clientelari di Stato stratificatesi in decenni di corruzione e mala gestione ai più alti livelli. Nel frattempo i nostri diritti all’educazione, alla salute, sicurezza e previdenza sono stati declassati a mere spese assistenziali da tagliare o elargire in funzione delle esigenze elettorali e tornaconto personali.
Con la caduta del muro di Berlino il sistema comunista più grande al mondo è crollato (qui si potrebbe aprire un intero capitolo sul fatto che l’ex Unione Sovietica era tutto tranne che un sistema comunista; basti pensare alla sua onnipresente ed asfissiante burocrazia di Stato che ha prosperato nel lusso e nell’agiatezza a scapito di milioni di persone mantenute nell’ignoranza e nell’indigenza oltreché annichilite dalla paura di pensare con la propria testa). Questo ha permesso al sistema capitalista di assurgere al ruolo di campione ideologico planetario, ma al tempo stesso ha creato le premesse per la sua caduta: senza una vera concorrenza/alternativa, il modello economico e culturale ha iniziato a degenerare creando uno stock di ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochissimi individui super-ricchi. Oggi la vera contrapposizione non è più tra destra e sinistra, o meglio tra conservatori e riformisti. La globalizzazione ha creato una linea netta tra l’1% più ricco e il suo entourage dato dal 9% che lo segue e lo serve ed il resto della popolazione, resa sempre più precaria, egoista ed ignorante.
Dalla caduta di Lehman Brothers ad oggi molti passi in avanti sono stati fatti. Il ceto medio si sta rendendo conto di scivolare ogni giorno che passa verso la povertà o neo-proletarizzazione. Sono nati movimenti etichettati superficialmente e con disprezzo dalla “politica ufficiale” populisti ed anti politici. Alcuni di loro poi, sono degenerati a causa dei movimenti migratori mondiali (un effetto collaterale e non secondario della concentrazione della ricchezza), nei nazionalismi e nella xenofobia. Il terrorismo, elevato maldestramente allo status di guerra tra civiltà, è divenuto un comoda scusa per tutto. L’economia che non decolla, la riduzione dei diritti civili in nome della sicurezza ne sono solo alcuni macroscopici esempi. Nonostante tutto iniziative come Podemos in Spagna o i Cinque Stelle in Italia sono riusciti ad ottenere risultati importanti negli appuntamenti elettorali. L’alternativa per quest’ultimi però non può essere soltanto e solamente rimanere per sempre all’opposizione per denunciare la corruzione e l’inadeguatezza del sistema – riducendo il proprio ruolo ad una mera valvola di sfogo in un’apparente democrazia – oppure raggiungere un compromesso con la “politica ufficiale” per poi alla lunga conformarsi alle regole e quindi a coloro che vorrebbero scalzare. Il sistema è concepito per assorbire il malcontento organizzato ed addomesticarlo fino a quando anch’esso non sia diventato parte integrante del sistema stesso, in alternativa c’è la diaspora da ogni centro di potere che conti realmente. E allora cosa possiamo fare noi che apparteniamo al ceto medio se vogliamo avere una minima, ma concreta possibilità di cambiare le cose? La risposta è tanto ovvia quando sfidante: pensare un nuova alternativa ideologica per trasformarla in un offerta politica ed economica, dove ogni cittadino possa riconoscere veramente la possibilità di rendere reali principi come libertà, uguaglianza e solidarietà. Le persone debbono poter scegliere tra l’odierno sistema politico asservito all’attuale degenerazione del capitalismo ed uno completamente nuovo che metta al centro del dibattito i singoli individui, con i loro diritti e le loro responsabilità. Ognuno di noi deve prendere coscienza della propria forza, perché se il mondo va male la colpa é anche nostra, e del nostro disinteresse. Il nostro dovere come cittadini non è solo andare a votare ad ogni scadenza elettorale (limitandoci a scegliere tra un’offerta politica preconfezionata dalle élite politiche ed economiche) per poi tornarcene a casa ed occuparci degli affari nostri fino alla prossima scadenza. La democrazia ha bisogno di noi, tutti i giorni. La democrazia per essere tale necessita di gente informata ed educata all’interno di scuole ed università valide, che abbia gli strumenti non solo per capire quando un politico ci sta raccontando delle balle, ma anche che si arrabbi e reagisca in maniera costruttiva ed organizzata. Lamentarsi e basta non serve a niente, anzi è utile solo per coloro che il potere già ce l’hanno e lo gestiscono come se fosse “cosa loro”.
Come ho gia scritto nel mio ebook “Democrazia per Azioni”, abbiamo bisogno di creare un uomo nuovo per il mondo di domani, altrimenti per noi non ci sarà alcun mondo in cui vivere.
Il diritto di voto deve essere proporzionale alle nostre conoscenze: non si può obbligare nessuno a non essere ignorante nel senso di non sapere le cose, ma se permettete chi si è impegnato per coltivare il proprio sapere, deve avere un peso maggiore durante le fasi elettorali. Ognuno poi si regolerà di conseguenza.
È giusto poi pagare le tasse per finanziare lo Stato – previdenza, assistenza sanitaria, istruzione e sicurezza – perché lo stato sociale é la maggiore conquista del Novecento, ma è altrettanto giusto non pagarle – in maniera regolamentata, altrimenti è solo evasione fiscale – quando non si riceve più nulla in cambio, perché chi dovrebbe vigilare sui nostri interessi si è scelto altri padroni.
Legalizzare il diritto allo sciopero fiscale significa, in un mondo dove il voto democratico è svuotato di ogni sostanza, avere il potere di votare col proprio portafogli.
I parlamenti infine debbono essere composti in modo da rispettare e rispecchiare la composizione e suddivisione della società in base al reddito ed alla ricchezza in generale.
Una sorta di equilibrio dinamico.
Dagli ultimi dati statistici risulta che la ricchezza media delle famiglie italiane è di circa 400.000 €, essa però è una media prettamente teorica in quanto:
Il 50% delle famiglie possiede poco meno del 10% della ricchezza nazionale con un patrimonio medio intorno ai 70.000 €
Il 40% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza disponibile con un patrimonio medio di circa 400.000 €
Il 9% delle famiglie dispone del 32% della ricchezza italiana con un patrimonio medio di poco superiore al milione di euro
L’1% delle famiglie possiede il 13% della ricchezza totale con un patrimonio medio di quasi cinque milioni di euro
Ipotizziamo per semplicità di calcolo che ci siano mille parlamentari. Allora ne andrebbero proporzionalmente 500 ai ceti popolari, 400 ai ceti medi, 90 a quelli ricchi e dieci al ceto dei super ricchi.
Il parlamento dovrebbe rispettare questi numeri nella sua composizione, se così non fosse, significherebbe semplicemente che le regole o sono scritte male o servono per garantire interessi particolari e non generali.
Ad ogni elezione, ogni candidato – che apparterrà per definizione ad una certa fascia economica – potrà candidarsi per uno scranno in parlamento, ma per lui ci saranno tanti scranni disponibili quanto maggiore è il peso della sua fascia economica di provenienza rispetto alle altre fasce.
Meno sono i ricchi nel paese e meno lo saranno in parlamento, maggiore sarà il loro numero, maggiore sarà la loro presenza; in tal guisa l’interesse di tutti – aumentare la propria ricchezza pro-capite – coinciderà con l’interesse generale, mediante una cooperazione sociale istituzionalizzata; si avrà un’equa distribuzione delle risorse tra il numero maggiore possibile di cittadini, favorendo realmente l’espansione della classe media, vero e principale architrave dello Stato liberale. Si attuerebbero finalmente i principi rivoluzionari di libertà, fratellanza ed uguaglianza in maniera stabile e duratura.
Alla scadenza di ogni legislatura, prima di ritornare alle urne vi sarà sempre un’indagine statistica che rideterminerà i limiti delle fasce del parlamento in base alla distribuzione della ricchezza tra i cittadini del paese, garantendo un “aggiustamento” nel tempo secondo criteri di equità e giustizia distributiva.
Il parlamento, con queste nuove regole del gioco, non potrà che lavorare per una società largamente omogenea nel rispetto del principio di uguaglianza intesa non tanto come il fatto che ognuno possieda le stesse cose, ma piuttosto che nessuno sia così povero dall’essere costretto a vendersi o così ricco da poter comprare un altro individuo. L’istituzione del feedback che definisce la rappresentatività di ogni fascia economica nell’emiciclo parlamentare, sarà un correttore naturale di medio/lungo periodo delle scelte legislative effettuate, diventando l’elemento fondante di una rinnovata fiducia del cittadino nello Stato, nella società e nella sostenibilità del modello economico.

La proporzionalità del voto in base al sapere, la legalizzazione/regolamentazione del diritto allo sciopero fiscale per punire le degenerazioni di Stato e la composizione del parlamento affinché rispecchi l’amalgama economica del Paese, rappresentano nuove e vere regole del gioco, dove ognuno di noi è compartecipe veramente al destino della democrazia.
Pensateci.

Alessandro Bartoli