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A.A.A. NUOVA IDEOLOGIA CERCASI

In Brunei non si è festeggiato il Natale mentre le scuole di cucina italiane registrano il tutto esaurito. Cade il muro di Berlino e il Capitalismo globalizzato rimane senza concorrenza. La vera antipolitica è la politica di chi ci ha condotto a questa interminabile crisi. Cambiare il sistema prima che lui cambi/macini noi. Senza l’assunzione di responsabilità da parte di tutti i cittadini vi è solo plutocrazia e non democrazia.

Avvertenze: la lettura di questo articolo potrebbe dare senso di vertigine, a causa della scomparsa di assodati punti di riferimento. Se ne sconsiglia quindi la lettura a deboli di testa, reazionari e conformisti. Potrebbe lasciare un senso di dubbio crescente sulla vita quotidiana.

Durante il periodo natalizio oramai alle spalle una notizia ha fatto capolino sui giornali italiani: “Natale vietato nel Brunei. In carcere chi festeggia”. Primo elemento: il sultanato del Brunei, ex colonia britannica ora monarchia assoluta, è situato nel sud est asiatico, incastonato nell’arcipelago malese, ed ha una popolazione – musulmano più musulmano meno – di circa 400 mila persone. Probabilmente il numero di credenti che avrebbe voluto festeggiare la nascita di Cristo (con annessi risvolti profani come cenoni, brindisi e scambi di regali, prodotti in anonimi capannoni dall’altra parte del mondo, davanti al presepe) non sarà stato elevatissimo, non solo per l’esiguo numero dei suoi abitanti, ma anche e soprattutto per la sua tradizione storico/religiosa di stampo principalmente islamico oltreché per la sua ubicazione geografica in un’ area del mondo assai lontana dalle canoniche radici cristiane. È un po’ come dire che in Lapponia sono proibiti i barbecue, magari qualcuno ci potrà rimanere anche male, ma senza scomodare l’antico proverbio nato dalla saggezza popolare “Paese che vai usanze che trovi”, se ne farà anche una ragione, considerando il clima/contesto non proprio adatto alle feste all’aperto. Secondo elemento: perché i media italiani sentono l’esigenza di dare una non-notiza come questa? La risposta la possiamo trovare nel numero crescente di coloro che in Italia – durante il boom della terza rivoluzione industriale legata ad Internet, agli sviluppi tecnologici ed ai brevetti legati alla ricerca – decide di iscriversi ad una scuola di cucina. Mentre tutto il mondo procede a passo sempre più spedito verso un tipo di formazione/scolarizzazione di stampo scientifico (rischiando addirittura e colpevolmente di tralasciare e dimenticare tutte le conquiste etico-morali legate al procedere filosofico ed umanistico) noi italiani vediamo sempre più come valida scommessa per il nostro futuro la cucina. Chi sta scrivendo questo articolo è un amante della buona tavola, del vino genuino e della ricerca sul territorio, ma al tempo stesso capisce che non è tutto qui; c’é molto di più nel mondo da scoprire e costruire. Stiamo assomigliando sempre più agli indigeni del continente americano che nel 1626 vendettero ingenuamente l’isola di Manhattan ai tecnologicamente più avanzati esploratori olandesi, permettendogli di concludere il miglior affare della storia, per un ammontare equivalente a 24 dollari. Mentre la scuola e le università stanno andando in rovina, i giornali – supini all’establishment – ci raccontano di tutto tranne quello che ci serve veramente per comprendere la complessità del mondo moderno. Intontiti da questo inutile rumore di fondo, ci lasciamo ipnotizzare, tra le altre cose, dai programmi di cucina. Il nostro mondo, delimitato da un fornello ad induzione o un frigorifero ventilato, sta diventando sempre più piccolo. Gli “olandesi” di oggi vengono a casa nostra per portarci via i marchi e le aziende migliori in cambio di un pugno di perline colorate. E la politica senza alcun pudore, li definisce investimenti esteri. I nostri cervelli più acuti, una volta formati (e questo non ci costa poco come sistema paese) se ne vanno all’estero perché privati di possibilità d’impiego adeguate non solo dal punto di vista retributivo.
Le élite economiche godono di rendite di posizione (lo dimostra la carenza cronica di investimenti sia infrastrutturali sia in ricerca e sviluppo), quelle politiche mantenute/sponsorizzate dalle prime, fanno in modo che nulla cambi nonostante le loro promesse di riforme, tagli e snellimenti delle deformità clientelari di Stato stratificatesi in decenni di corruzione e mala gestione ai più alti livelli. Nel frattempo i nostri diritti all’educazione, alla salute, sicurezza e previdenza sono stati declassati a mere spese assistenziali da tagliare o elargire in funzione delle esigenze elettorali e tornaconto personali.
Con la caduta del muro di Berlino il sistema comunista più grande al mondo è crollato (qui si potrebbe aprire un intero capitolo sul fatto che l’ex Unione Sovietica era tutto tranne che un sistema comunista; basti pensare alla sua onnipresente ed asfissiante burocrazia di Stato che ha prosperato nel lusso e nell’agiatezza a scapito di milioni di persone mantenute nell’ignoranza e nell’indigenza oltreché annichilite dalla paura di pensare con la propria testa). Questo ha permesso al sistema capitalista di assurgere al ruolo di campione ideologico planetario, ma al tempo stesso ha creato le premesse per la sua caduta: senza una vera concorrenza/alternativa, il modello economico e culturale ha iniziato a degenerare creando uno stock di ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochissimi individui super-ricchi. Oggi la vera contrapposizione non è più tra destra e sinistra, o meglio tra conservatori e riformisti. La globalizzazione ha creato una linea netta tra l’1% più ricco e il suo entourage dato dal 9% che lo segue e lo serve ed il resto della popolazione, resa sempre più precaria, egoista ed ignorante.
Dalla caduta di Lehman Brothers ad oggi molti passi in avanti sono stati fatti. Il ceto medio si sta rendendo conto di scivolare ogni giorno che passa verso la povertà o neo-proletarizzazione. Sono nati movimenti etichettati superficialmente e con disprezzo dalla “politica ufficiale” populisti ed anti politici. Alcuni di loro poi, sono degenerati a causa dei movimenti migratori mondiali (un effetto collaterale e non secondario della concentrazione della ricchezza), nei nazionalismi e nella xenofobia. Il terrorismo, elevato maldestramente allo status di guerra tra civiltà, è divenuto un comoda scusa per tutto. L’economia che non decolla, la riduzione dei diritti civili in nome della sicurezza ne sono solo alcuni macroscopici esempi. Nonostante tutto iniziative come Podemos in Spagna o i Cinque Stelle in Italia sono riusciti ad ottenere risultati importanti negli appuntamenti elettorali. L’alternativa per quest’ultimi però non può essere soltanto e solamente rimanere per sempre all’opposizione per denunciare la corruzione e l’inadeguatezza del sistema – riducendo il proprio ruolo ad una mera valvola di sfogo in un’apparente democrazia – oppure raggiungere un compromesso con la “politica ufficiale” per poi alla lunga conformarsi alle regole e quindi a coloro che vorrebbero scalzare. Il sistema è concepito per assorbire il malcontento organizzato ed addomesticarlo fino a quando anch’esso non sia diventato parte integrante del sistema stesso, in alternativa c’è la diaspora da ogni centro di potere che conti realmente. E allora cosa possiamo fare noi che apparteniamo al ceto medio se vogliamo avere una minima, ma concreta possibilità di cambiare le cose? La risposta è tanto ovvia quando sfidante: pensare un nuova alternativa ideologica per trasformarla in un offerta politica ed economica, dove ogni cittadino possa riconoscere veramente la possibilità di rendere reali principi come libertà, uguaglianza e solidarietà. Le persone debbono poter scegliere tra l’odierno sistema politico asservito all’attuale degenerazione del capitalismo ed uno completamente nuovo che metta al centro del dibattito i singoli individui, con i loro diritti e le loro responsabilità. Ognuno di noi deve prendere coscienza della propria forza, perché se il mondo va male la colpa é anche nostra, e del nostro disinteresse. Il nostro dovere come cittadini non è solo andare a votare ad ogni scadenza elettorale (limitandoci a scegliere tra un’offerta politica preconfezionata dalle élite politiche ed economiche) per poi tornarcene a casa ed occuparci degli affari nostri fino alla prossima scadenza. La democrazia ha bisogno di noi, tutti i giorni. La democrazia per essere tale necessita di gente informata ed educata all’interno di scuole ed università valide, che abbia gli strumenti non solo per capire quando un politico ci sta raccontando delle balle, ma anche che si arrabbi e reagisca in maniera costruttiva ed organizzata. Lamentarsi e basta non serve a niente, anzi è utile solo per coloro che il potere già ce l’hanno e lo gestiscono come se fosse “cosa loro”.
Come ho gia scritto nel mio ebook “Democrazia per Azioni”, abbiamo bisogno di creare un uomo nuovo per il mondo di domani, altrimenti per noi non ci sarà alcun mondo in cui vivere.
Il diritto di voto deve essere proporzionale alle nostre conoscenze: non si può obbligare nessuno a non essere ignorante nel senso di non sapere le cose, ma se permettete chi si è impegnato per coltivare il proprio sapere, deve avere un peso maggiore durante le fasi elettorali. Ognuno poi si regolerà di conseguenza.
È giusto poi pagare le tasse per finanziare lo Stato – previdenza, assistenza sanitaria, istruzione e sicurezza – perché lo stato sociale é la maggiore conquista del Novecento, ma è altrettanto giusto non pagarle – in maniera regolamentata, altrimenti è solo evasione fiscale – quando non si riceve più nulla in cambio, perché chi dovrebbe vigilare sui nostri interessi si è scelto altri padroni.
Legalizzare il diritto allo sciopero fiscale significa, in un mondo dove il voto democratico è svuotato di ogni sostanza, avere il potere di votare col proprio portafogli.
I parlamenti infine debbono essere composti in modo da rispettare e rispecchiare la composizione e suddivisione della società in base al reddito ed alla ricchezza in generale.
Una sorta di equilibrio dinamico.
Dagli ultimi dati statistici risulta che la ricchezza media delle famiglie italiane è di circa 400.000 €, essa però è una media prettamente teorica in quanto:
Il 50% delle famiglie possiede poco meno del 10% della ricchezza nazionale con un patrimonio medio intorno ai 70.000 €
Il 40% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza disponibile con un patrimonio medio di circa 400.000 €
Il 9% delle famiglie dispone del 32% della ricchezza italiana con un patrimonio medio di poco superiore al milione di euro
L’1% delle famiglie possiede il 13% della ricchezza totale con un patrimonio medio di quasi cinque milioni di euro
Ipotizziamo per semplicità di calcolo che ci siano mille parlamentari. Allora ne andrebbero proporzionalmente 500 ai ceti popolari, 400 ai ceti medi, 90 a quelli ricchi e dieci al ceto dei super ricchi.
Il parlamento dovrebbe rispettare questi numeri nella sua composizione, se così non fosse, significherebbe semplicemente che le regole o sono scritte male o servono per garantire interessi particolari e non generali.
Ad ogni elezione, ogni candidato – che apparterrà per definizione ad una certa fascia economica – potrà candidarsi per uno scranno in parlamento, ma per lui ci saranno tanti scranni disponibili quanto maggiore è il peso della sua fascia economica di provenienza rispetto alle altre fasce.
Meno sono i ricchi nel paese e meno lo saranno in parlamento, maggiore sarà il loro numero, maggiore sarà la loro presenza; in tal guisa l’interesse di tutti – aumentare la propria ricchezza pro-capite – coinciderà con l’interesse generale, mediante una cooperazione sociale istituzionalizzata; si avrà un’equa distribuzione delle risorse tra il numero maggiore possibile di cittadini, favorendo realmente l’espansione della classe media, vero e principale architrave dello Stato liberale. Si attuerebbero finalmente i principi rivoluzionari di libertà, fratellanza ed uguaglianza in maniera stabile e duratura.
Alla scadenza di ogni legislatura, prima di ritornare alle urne vi sarà sempre un’indagine statistica che rideterminerà i limiti delle fasce del parlamento in base alla distribuzione della ricchezza tra i cittadini del paese, garantendo un “aggiustamento” nel tempo secondo criteri di equità e giustizia distributiva.
Il parlamento, con queste nuove regole del gioco, non potrà che lavorare per una società largamente omogenea nel rispetto del principio di uguaglianza intesa non tanto come il fatto che ognuno possieda le stesse cose, ma piuttosto che nessuno sia così povero dall’essere costretto a vendersi o così ricco da poter comprare un altro individuo. L’istituzione del feedback che definisce la rappresentatività di ogni fascia economica nell’emiciclo parlamentare, sarà un correttore naturale di medio/lungo periodo delle scelte legislative effettuate, diventando l’elemento fondante di una rinnovata fiducia del cittadino nello Stato, nella società e nella sostenibilità del modello economico.

La proporzionalità del voto in base al sapere, la legalizzazione/regolamentazione del diritto allo sciopero fiscale per punire le degenerazioni di Stato e la composizione del parlamento affinché rispecchi l’amalgama economica del Paese, rappresentano nuove e vere regole del gioco, dove ognuno di noi è compartecipe veramente al destino della democrazia.
Pensateci.

Alessandro Bartoli

LORO MENTONO SAPENDO DI MENTIRE. E NOI?

 

 

Come sempre i miei articoli non sono per tutti. Se non avete intenzione di dedicare dieci minuti a questa lettura, vi invito per primo io a procedere oltre, augurandovi Buon Natale, per quel che può servire. Nel caso invece vogliate investire il vostro prezioso tempo per avere un versione non conformata al sentiment generale su ciò che sta accadendo intorno a noi, procedete senza ulteriore indugio.

 

Dovremmo gioire, i consumi natalizi quest’anno cresceranno del 5%; peccato che rimangano comunque inferiori del 30 rispetto a quelli del 2009.
Dovremmo gioire, secondo il Bomba, al secolo Matteo Renzi, l’economia è in moto; peccato che stia già rallentando nonostante una situazione internazionale estremamente favorevole di petrolio, euro e tassi della Banca Centrale europea ai minimi. E, come se non bastasse, la poca crescita che si realizza nel nostro Paese va nelle mani del solito gruppetto di super-ricchi: secondo Bankitalia un terzo della ricchezza nazionale è in mano al 5% delle famiglie.
Consoliamoci allora con il Schadenfreude: termine tedesco indicante il compiacimento malevolo di godere delle sfortune altrui.
In Grecia il popolo è allo stremo (un’altra volta). Il Governo, appena riconfermato alle elezioni politiche indette dallo stesso Tsipras, proprio per attuare le riforme delle troika (Banca Centrale Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale), ha già provocato reazioni sfociate in manifestazioni lungo le strade di Atene. Un classico caso di dissociazione individuale e collettiva: un leader che basa la sua ascesa politica su un programma anti-austerità, indice un referendum che gli conferma una rinnovata fiducia in questa direzione; ma contro ogni aspettativa decide di sottoscrivere appieno le clausole recessive, sconfessando apertamente tutto il suo passato politico, e per questo viene rieletto a mani basse per poi essere prontamente criticato per fare quello per cui è stato votato.
Un gran caos non è vero? Aspettate perché il meglio (o il peggio) deve ancora venire.
A casa nostra qualcuno sta già mettendo le mani avanti. Qualora non si dovessero raggiungere gli obiettivi macroeconomici, la responsabilità sarebbe da imputare non alla patologica corruzione della politica nazionale che impedisce ogni taglio dell’improduttiva spesa pubblica, bensì, ed interamente, al terrorismo presentato come una guerra di civiltà dove chi non sta da questa parte della barricata è per forza considerato un nemico da neutralizzare.
Questo epico approccio/narrazione degli eventi, è politicamente più sostenibile agli occhi di un’opinione pubblica impaurita, che ragiona più con la pancia ed i bassi istinti primordiali piuttosto che con la testa ed il lume della ragione.
L’alternativa per l’establishment sarebbe la mera ammissione del più completo fallimento delle politiche di inclusione sociale. Questo però rischia di trasformarsi nel lungo periodo in un’arma a doppio taglio: facendo di un’erba un fascio del mondo musulmano, si rischia di spingerne la stragrande maggioranza moderata tra le braccia dell’Islam radicale, ingrossandone le fila a nostro completo svantaggio.
Non siamo difronte ad una guerra di civiltà tra occidente e mondo islamico. Molti degli attentati compiuti riconducibili più o meno direttamente al sedicente Califfato sono avvenuti proprio in Stati musulmani come Libano, Siria, Egitto ed Algeria. Questa è unicamente una guerra per il potere. E in occidente approfitta delle tensioni tra ceti sociali: da una parte l’1% più ricco – affiancato dalle istituzioni pubbliche, i media e tutti coloro che hanno interesse a reggerne il gioco – dall’altra coloro che non hanno nulla da perdere. E fra questi, gli ultimi tra giu ultimi, sono proprio i figli degli immigrati residenti nei Paesi ex-colonialisti. In un mondo che non riserva nulla di buono neppure per i giovani laureati bianchi della classe media, questi ragazzi (a zero opportunità) risultano altamente manipolabili. Lo Stato a prescindere dal suo nome, semplicemente non si è occupato di loro: sono cresciuti nelle nostre società come un corpo estraneo. Oggi sono arrabbiati e pieni di risentimento, perché gli viene sbattuto in faccia quella ricchezza che non avranno mai. Loro sono la prova vivente che nascere nelle periferie delle metropoli occidentali, non significa automaticamente avere un vantaggio logistico rispetto a chi è nato nelle zone più remote del globo.
Giovani per cui la vita non ha più senso, trovano nel fanatismo religioso una scusa per rendere quantomeno sensata e giustificata la loro morte: punire il numero maggiore possibile di coloro che giudicano colpevoli della loro precaria situazione, appare come l’unica via verso il riscatto. Questa non è la radicalizzazione dell’Islam ma l’islamizzazione del radicalismo, finanziata in molte occasioni dai petroldollari provenienti dall’Arabia Saudita (alleato strategico di Stati Uniti e Francia, nonché sotto traccia di Israele in chiave anti-iraniana); uno stato a maggioranza sunnita che appartiene di fatto al patrimonio personale della famiglia regnante, la quale detiene il potere sulla base di un accordo pluridecennale col clero di stampo fondamentalista wahabita.
Ma la vera emergenza di questo secolo non è questa, almeno non solo questa.
La sfida del surriscaldamento globale rischia di pregiudicare letteralmente l’esistenza della nostra specie sul pianeta Terra per come noi la conosciamo.
Le perdite del settore assicurativo internazionale dovute ai risarcimenti per cause atmosferiche, sono aumentate da una media di dieci miliardi di dollari durante gli anni Ottanta ai cinquanta dell’ultimo decennio. Ovviamente è impossibile determinare quanto questo dato sia stato influenzato dall’inquinamento umano, dato che negli ultimi tranta/quarant’anni il livello del costruito e quindi di ciò che è potenzialmente soggetto a distruzione è aumentato sia in quantità sia in valore. È comunque una variazione sorprendente oltreché eccezionale. Stiamo parlando di uno dei più grandi rischi sistemici che, in un modo o nell’altro, dovremo affrontare.
Il rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) del 2014 ha dimostrato con dati e cifre inoppugnabili che se il cambiamento climatico proseguirà incontrollato, vi saranno piogge intense, ondate di caldo opprimente, gravi siccità, inondazioni delle zone costiere causanti carestie e morte. Ci saranno profonde ripercussioni a livello sociopolitico: migrazioni di massa, declino economico, conflitti per il controllo delle risorse e probabili guerre civili che pregiudicheranno l’esistenza stessa degli Stati.
A parità di tecnologia ridurre in maniera significativa i gas serra alfine di limitare l’aumento del surriscaldamento, significa diminuire la capacità produttiva a livello globale di una quantità paragonabile per effetti alla Crisi del ’29.
Intanto il governo francese – che ospita il summit internazionale sull’ambiente – in nome della sicurezza (dopo gli attentati), oltre a chiedere una revisione della carta costituzionale per garantire poteri “speciali” all’esecutivo, ha impedito ai manifestanti per il clima di riunirsi il 30 novembre.
Allora perché nello stesso periodo non vengono sospesi gli avvenimenti che comportano forti concentrazioni di presenze come gli incontri sportivi o i mercatini di Natale? Ed ancora, perché il presidente francese Hollande non ha preteso che il summit venisse spostato da un’altra parte? Pare ci siano persone e situazioni per le quali la security è garantita a prescindere, mentre ad altri (ancora una volta coloro che arrivano dai Paesi più poveri e a rischio ambientale del mondo) niente.
Per l’ennesima volta si antepongono gli interessi delle élite a coloro che lottano per sopravvivere.

 

Concludiamo il nostro ragionamento affermando che noi cittadini del ceto medio – gli unici che hanno gli strumenti materiali e culturali per reagire – dobbiamo emanciparci dall’intontimento della narrazione di regime.
Le cose non stanno andando per niente bene, ma le motivazioni e le soluzioni che ci sentiamo propinare ogni giorno non sono assolutamente quelle reali.
Abbiamo bisogno di un nuovo modello economico/sociale e questo può nascere solamente da un nuovo paradigma politico, dove ci siano parlamenti composti in modo da rispettare e rispecchiare la composizione e suddivisione della società in base al reddito ed alla ricchezza in generale.
Una sorta di equilibrio dinamico.
Dagli ultimi dati statistici risulta che la ricchezza media delle famiglie italiane è di circa 400.000 €, essa però è una media prettamente teorica in quanto:
Il 50% delle famiglie possiede poco meno del 10% della ricchezza nazionale con un patrimonio medio intorno ai 70.000 €
Il 40% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza disponibile con un patrimonio medio di circa 400.000 €
Il 9% delle famiglie dispone del 32% della ricchezza italiana con un patrimonio medio di poco superiore al milione di euro
L’1% delle famiglie possiede il 13% della ricchezza totale con un patrimonio medio di quasi cinque milioni di euro
Ipotizziamo per semplicità di calcolo che ci siano mille parlamentari. Allora ne andrebbero proporzionalmente 500 ai ceti popolari, 400 ai ceti medi, 90 a quelli ricchi e dieci al ceto dei super ricchi.
Il parlamento dovrebbe rispettare questi numeri nella sua composizione, se così non fosse, significherebbe semplicemente che le regole o sono scritte male o servono per garantire interessi particolari e non generali.
Ad ogni elezione, ogni candidato – che apparterrà per definizione ad una certa fascia economica – potrà candidarsi per uno scranno in parlamento, ma per lui ci saranno tanti scranni disponibili quanto maggiore è il peso della sua fascia economica di provenienza rispetto alle altre fasce.
Meno sono i ricchi nel paese e meno lo saranno in parlamento, maggiore sarà il loro numero, maggiore sarà la loro presenza; in tal guisa l’interesse di tutti – aumentare la propria ricchezza pro-capite – coinciderà con l’interesse generale, mediante una cooperazione sociale istituzionalizzata; si avrà un’equa distribuzione delle risorse tra il numero maggiore possibile di cittadini, favorendo realmente l’espansione della classe media, vero e principale architrave dello Stato liberale. Si attuerebbero finalmente i principi rivoluzionari di libertà, fratellanza ed uguaglianza in maniera stabile e duratura.
Alla scadenza di ogni legislatura, prima di ritornare alle urne vi sarà sempre un’indagine statistica che rideterminerà i limiti delle fasce del parlamento in base alla distribuzione della ricchezza tra i cittadini del paese, garantendo un “aggiustamento” nel tempo secondo criteri di equità e giustizia distributiva.
Il parlamento, con queste nuove regole del gioco, non potrà che lavorare per una società largamente omogenea nel rispetto del principio di uguaglianza intesa non tanto come il fatto che ognuno possieda le stesse cose, ma piuttosto che nessuno sia così povero dall’essere costretto a vendersi o così ricco da poter comprare un altro individuo. L’istituzione del feedback che definisce la rappresentatività di ogni fascia economica nell’emiciclo parlamentare, sarà un correttore naturale di medio/lungo periodo delle scelte legislative effettuate, diventando l’elemento fondante di una rinnovata fiducia del cittadino nello Stato, nella società e nella sostenibilità del modello economico.
E Buon Natale a tutti.

Alessandro Bartoli

 

 

 

GEOMETRIA DELLA SOPRAVVIVENZA

Questo articolo richiede circa dieci minuti del tuo tempo, se pensi di non averli, ti consiglio di non iniziarne la lettura. Meglio conservarlo per un momento migliore piuttosto che scorrerlo frettolosamente o superficialmente. Puoi anche passare direttamente a qualcosa che sicuramente ti divertirà di più ma ti servirà certamente meno, in termini di presa di coscienza di come il mondo stia girando.

La combinazione dell’introduzione di un sistema mono-camerale e di una legge elettorale – l’Italicum – che prevede un ampio premio di maggioranza associato al patologico, crescente, astensionismo, è l’anticamera della fine per la classe media. Il vincitore – votato di fatto da una sempre più sparuta minoranza degli aventi diritto – prenderà tutto, potendo “finalmente” governare; peccato che questo Demiurgo sarà completamene asservito al capitalismo neoliberista, cioè quel modello economico/comportamentale che dagli inizi degli anni Ottanta in poi, ha concesso a pochi individui del pianeta la possibilità di ricavarsi fette sempre più grandi della torta a discapito della maggioranza di noi.
Il capitalismo di per sé non è né buono né cattivo.
Chi lo sostiene adduce spesso a sua difesa il fatto che abbia concesso a milioni di persone di assurgere ad un livello di vita solamente impensabile neppure vent’anni or sono. Spesso questi personaggi però tacciono o più semplicemente dimenticano che in passato vi era, a livello assoluto, meno ricchezza da suddividere tra tutti; di fatto mancavano i mezzi (output di produzione) per portare il benessere ad ogni famiglia del mondo. Oggi tale possibilità esiste, ce ne sarebbe per tutti, ma manca la volontà prima morale e poi politica. Sebbene ognuno sia d’accordo nell’affermare genericamente la propria contrarietà alla povertà, ci si divide nel momento in cui si introduce la seguente condizione dirimente: dare di più a chi ha di meno significa riallocare la ricchezza dal ricco all’indigente. Questo diviene ancor più cogente se inseriamo nell’equazione anche i limiti imposti dall’ecosistema. Una crescita infinita dell’economia non può più essere considerata verosimile. Dobbiamo riconfigurare il paradigma economico del capitalismo, attualmente basato solo sulla continua espansione di consumi ed investimenti. Ma prima di capire in che direzione procedere, analizziamone le criticità.

Cerchiamo quindi di sviscerare gli elementi alla base della distribuzione della ricchezza dell’attuale modello di produzione, definiti da Robert B. Reich – economista di fama internazionale ed ex ministro del lavoro statunitense (non dell’ex Unione Sovietica) – i cinque pilastri del capitalismo:
La proprietà: la proprietà privata è il pilastro fondamentale del capitalismo di mercato. Ma che cosa si più possedere, a quali condizioni e per quanto tempo? La risposta a queste domande dipende dalla distribuzione del potere nella società. Secoli fa non era insolito che alcune persone ne possedessero altre. Le regole che disciplinano la proprietà privata vengono contestate ed adattate di continuo, a volte con clamore (ricordiamo tutti i referendum sull’acqua) ma più spesso sotto traccia, in modi quasi impercettibili per chi non ne è direttamente coinvolto. Il punto è come il governo organizza il mercato; ma finché sarà soggetto all’influenza di ciò che in Italia chiamiamo i poteri forti ed alle élite economico-finanziarie il cittadino comune sarà sempre soccombente.
Il monopolio: le decisioni che determinano i limiti degli equilibri di mercato sono assunte all’interno di leggi antitrust o anti-monopolio, poi applicate dalla burocrazia ed infine interpretate dai giudici. Un cospicuo potere di mercato può fornire forti incentivi ad investire ed innovare, ma fa anche salire i prezzi al consumo. Si può inoltre tradurre in influenza politica, per distorcere ulteriormente i mercati a proprio favore. Le posizioni dei nuovi giganti sono straordinariamente forti perché hanno perfezionato le maniere di usare strategicamente i loro guadagni per consolidare il loro potere economico e politico. Esaltano le virtù del “libero mercato”, ma in realtà si adoperano per plasmarlo a loro piacimento. Sono gli assi pigliatutto della nuova economia, e a pagare il prezzo è ancora una volta il cittadino comune.
Il contratto: se la proprietà e il potere di mercato sono il cuore del capitalismo, i contratti ne sono la linfa vitale – sostiene Reich: sono i mezzi con cui si realizzano e si fanno rispettare gli scambi commerciali. Qualunque sistema di scambio richiede delle regole su che cosa si possa o non possa comprare e vendere, quali circostanze costituiscono frode o coercizione e che cosa succede quando le parti non sono in grado di adempiere a ciò che hanno promesso. In una democrazia queste regole emergono dalle assemblee legislative, dagli enti governativi e dai tribunali. Ma le leggi attuali chi servono davvero e quali sarebbero veramente necessarie per servire tutti noi?
Il fallimento: inizialmente concepito perché la gente potesse ricominciare nel momento in cui il venture capital (capitale di rischio) finisse malamente. Il fallimento rappresenta un compromesso tra obiettivi discordi, proprio come le altre regole di mercato. È il sistema usato nella maggioranza delle economie capitaliste per trovare il giusto equilibrio: permettere ai debitori di ridurre le loro dichiarazioni di credito a un livello gestibile e allo stesso tempo spalmare le perdite in modo equo tra tutti i creditori, sotto l’occhio attento di un giudice/curatore fallimentare. L’idea centrale è il sacrificio condiviso: tra debitori e creditori nel loro complesso, e tra i creditori. Qui, nuovamente, il meccanismo richiede decisioni su ogni genere di questioni, e tali delibere spesso si nascondono nelle sentenze dei tribunali, nelle direttive della pubblica amministrazione e nei codici procedurali. Il “libero mercato” di per sé non offre soluzioni; i potentati economici spesso sì. Soprattutto in un paese come il nostro dove il capitalismo relazionale permette a taluni di cadere sempre in piedi, mentre per gli imprenditori e le famiglie della classe media non è concesso alcun margine d’errore.
L’enforcement: l’ultimo pilastro del capitalismo riguarda il meccanismo di controllo ed applicazione delle regole. Ciò che più manca in Italia a causa della sua classe politica ed amministrazione pubblica. Quello che è accaduto e sta emergendo a Roma in questi ultimi tempi è solo un altro esempio di una lista interminabile di corruzione e malaffare. La proprietà va protetta. L’eccessivo potere di mercato va limitato. Gli accordi vanno fatti rispettare (o vietati). Le perdite di un fallimento vanno ripartite. Su tutto questo c’è ampio consenso, le divisioni nascono sui dettagli: quale proprietà merita protezione, quando e quale potere di mercato è eccessivo, quali contratti andrebbero vietati, che cosa fare quando una delle parti non è in grado di pagare. Per molti aspetti il meccanismo di enforcement è quello più nascosto perché le decisioni su che cosa non far rispettare non vengono pubblicizzate. Inoltre i ricchi e i grandi gruppi economico-finanziari che possono permettersi uno stuolo di avvocati esperti hanno un vantaggio permanente e sistematico sui cittadini e le piccole imprese che non ne hanno la possibilità. Gli stessi politici eletti grazie all’impegno/volontà dei poteri forti, possono pubblicamente annunciare una legge nell’interesse dei cittadini (guadagnando visibilità), per poi disinnescarne gli effetti un momento dopo non concedendo i fondi sufficienti per applicarla. L’ultimo episodio in termini di tempo, riguarda l’ennesima erogazione di finanziamenti pubblici ai partiti votata in maniera bipartisan. Mutilare le leggi togliendo risorse agli enti incaricati di farle rispettare (l’equivalente pratico di abrogarle), funziona perché i cittadini non sanno quello che sta succedendo, come anche riempirle di tante eccezioni e scappatoie che diventa quasi impossibile applicarle. Inoltre, rispetto alle entrate dei grandi colossi aziendali, spesso le multe derivanti troppo spesso da patteggiamenti/sanatorie e non da processi risultano irrisorie. Senza il rispetto delle regole non vi può essere fiducia. Senza fiducia non è immaginabile una crescita robusta di consumi e soprattutto investimenti di lungo periodo, perché la gente evita ogni sensibile rischio economico. Non basta dire che va tutto bene, non è così semplice. Conseguentemente mancano i presupposti per un sano capitalismo in grado di produrre ricchezza e distribuirla tra gli attori in gioco. Ognuno pensa solo a sé stesso, proprio come accade a casa nostra. E il paese come sistema arretra, perché non vi è un concorrere comune verso una causa condivisa.

La buona notizia è che le regole non sono statiche: cambiano con il tempo, possibilmente in modo da risultare alla maggioranza dei cittadini migliori e più eque. La cattiva è che troppo spesso cambiano perché alcune persone hanno acquistato il potere di modificarle a proprio vantaggio. Come sta accadendo in molti paesi capitalisti, non solo qui in Italia, negli ultimi decenni. Un circolo vizioso dove il dominio economico alimenta il potere politico ed il potere politico rinforza ancora di più quello economico.
La crescente disuguaglianza della ricchezza e dei redditi non è di conseguenza dovuta solo alla globalizzazione e ai cambiamenti tecnologici. Né è dovuta principalmente alle abili pressioni delle élite per avere imposte più basse, scappatoie fiscali agevolazioni e sussidi governativi più generosi. L’aumento della disuguaglianza è oggi parte integrante dei pilastri del “libero mercato” perché attua di fatto una pre-distribuzione della ricchezza a favore di pochi e a danno di molti. Ed il falso mito della meritocrazia ne é il corollario: il valore di ognuno di noi è determinato/valutato non in relazione alle proprie capacità/produttività, ma da coloro che stanno al vertice della piramide economica/alimentare mediante la loro influenza sulle regole del gioco. Il loro crescente potere è collegato al calo del potere politico ed economico dei ceti medi e dei corpi intermedi che ne dovrebbero rappresentare gli interessi. Primi tra tutti i partiti, troppo sensibili alle sirene delle élite, ma anche i sindacati e le associazioni di categoria. Non sono più in grado (o non vogliono?) di assicurare al 90% della popolazione un reddito ed una ricchezza adeguati per mantenere il tenore di vita che il sistema capitalistico – con la sua capacità di generare ricchezza – potrebbe fornire. La prova di ciò è la contestuale ascesa di due gruppi la cui esistenza è antitetica alle ricorrenti giustificazioni meritocratiche sul perché alcuni siano poveri ed altri ricchi: i poveri che lavorano ed i ricchi che invece non lo fanno.
Ogni tempo ed ogni civiltà conosciuta ispirata ai principi del mercato, vede la metà patrimonialmente più povera della popolazione non possedere quasi mai nulla ( in genere appena il 5% del patrimonio totale), mentre scorrendo la gerarchia dei patrimoni sino al decile superiore scopriamo in capo ad esso una ricchezza in genere superiore al 60% del totale, in certi casi addirittura del 90%. Tra questi due estremi incontriamo – dalla fine delle due guerre mondiali in poi – quel 40% della popolazione che gode di una quota ricompresa tra il 5 ed il 35% del capitale complessivo; questa classe media patrimoniale, molto più ricca del 50% più povero, rappresenta indubbiamente la più imponente trasformazione sistemica della distribuzione della ricchezza nel lungo periodo.
È naturale interrogarsi fino a che punto si sarebbe potuta spingere la concentrazione delle ricchezze se non ci fossero state le due guerre mondiali che, molto più della rivoluzionaria forza della macchina a vapore, hanno rimescolato le carte. Dal caos e dalla distruzione è nata la classe media moderna. E, come è comparsa emancipandosi dall’ombra della storia, oggi rischia di tornare ad esserne inghiottita. Da questa prospettiva, la classe media rappresenta per l’umanita più un eccezione piuttosto che la regola; non si deve nemmeno sopravvalutare l’importanza dei processi innescati della Rivoluzione francese. Il famoso motto “libertà, uguaglianza e fratellanza” non si tradusse mai in una vera redistribuzione della ricchezza verso i più poveri.

Come evitare di lasciar languire infruttuosamente nelle mani di pochi la maggior ricchezza prodotta dal modello capitalista e suddividerla in maniera equa e giusta?
Probabilmente le democrazie dovrebbero contenere più matematica o meglio geometria istituzionale, prevedendo parlamenti composti in modo da rispettare e rispecchiare la composizione e suddivisione della società in base al reddito ed alla ricchezza in generale.
Una sorta di equilibrio dinamico.
Dagli ultimi dati statistici risulta che la ricchezza media delle famiglie italiane è di circa 400.000 €, essa però è una media prettamente teorica in quanto:
Il 50% delle famiglie possiede poco meno del 10% della ricchezza nazionale con un patrimonio medio intorno ai 70.000 €
Il 40% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza disponibile con un patrimonio medio di circa 400.000 €
Il 9% delle famiglie dispone del 32% della ricchezza italiana con un patrimonio medio di poco superiore al milione di euro
L’1% delle famiglie possiede il 13% della ricchezza totale con un patrimonio medio di quasi cinque milioni di euro
Ipotizziamo per semplicità di calcolo che ci siano mille parlamentari. Allora ne andrebbero proporzionalmente 500 ai ceti popolari, 400 ai ceti medi, 90 a quelli ricchi e dieci al ceto dei super ricchi.
Il parlamento dovrebbe rispettare questi numeri nella sua composizione, se così non fosse, significherebbe semplicemente che le regole o sono scritte male o servono per garantire interessi particolari e non generali.
Ad ogni elezione, ogni candidato – che apparterrà per definizione ad una certa fascia economica – potrà candidarsi per uno scranno in parlamento, ma per lui ci saranno tanti scranni disponibili quanto maggiore è il peso della sua fascia economica di provenienza rispetto alle altre fasce.
Meno sono i ricchi nel paese e meno lo saranno in parlamento, maggiore sarà il loro numero, maggiore sarà la loro presenza; in tal guisa l’interesse di tutti – aumentare la propria ricchezza pro-capite – coinciderà con l’interesse generale, mediante una cooperazione sociale istituzionalizzata; si avrà un’equa distribuzione delle risorse tra il numero maggiore possibile di cittadini, favorendo realmente l’espansione della classe media, vero e principale architrave dello Stato liberale. Si attuerebbero finalmente i principi rivoluzionari di libertà, fratellanza ed uguaglianza in maniera stabile e duratura, e non per una “involontaria” circostanza come accaduto al termine delle due guerre mondiali.
Alla scadenza di ogni legislatura, prima di ritornare alle urne vi sarà sempre un’indagine statistica che rideterminerà i limiti delle fasce del parlamento in base alla distribuzione della ricchezza tra i cittadini del paese, garantendo un “aggiustamento” nel tempo secondo criteri di equità e giustizia distributiva.
Il parlamento, con queste nuove regole del gioco, non potrà che lavorare per una società largamente omogenea nel rispetto del principio di uguaglianza intesa non tanto come il fatto che ognuno possieda le stesse cose, ma piuttosto che nessuno sia così povero dall’essere costretto a vendersi o così ricco da poter comprare un altro individuo. L’istituzione del feedback che definisce la rappresentatività di ogni fascia economica nell’emiciclo parlamentare, sarà un correttore naturale di medio/lungo periodo delle scelte legislative effettuate, diventando l’elemento fondante di una rinnovata fiducia del cittadino nello Stato, nella società e nel modello economico.
Alla nascita delle società sono i capi della repubblica ad edificare le istituzioni. Ora, grazie alla matematica (l’altra faccia della geometria), è l’istituzione – sollecitata dalla società civile di cui la nostra Associazione Democrazia per Azioni ne rappresenta una chiara espressione – a formare i capi della repubblica.

Alessandro Bartoli

MARINO NON È IL SUO SCONTRINO

Il sindaco Marino si è dimesso. Ci saranno nuove e democratiche elezioni: la parola tornerà ai cittadini. Liberamente e coscientemente, esprimeranno il loro nuovo rappresentante.

Un campione, uomo della provvidenza, per salvarsi dal malaffare, dal traffico, dall’immondizia e, perché no, sistemi anche quel parente che, visto i tempi, senza una spinta, da solo non ce la fa.
Si voterà certo, probabilmente in primavera, in una tiepida giornata di sole. Bisogna solo aspettare qualche mese: non si nega a nessuno un po di tempo per mettersi d’accordo; poi, in fondo, lo dice la legge.
E i romani chi sosterranno questa volta, la destra, la sinistra o tutte-e-due-insieme-responsabilmente?
Fascisti e/o comunisti, come ancora qualcuno continua a dire, quasi a voler ammantare di antica nobiltà/rivalità otto-novecentesca, le odierne fazioni che altro non sono se non due facce della stessa medaglia piagata dalla corruzione e dal malaffare.
Magari vincerà un Cinquestelle, comoda valvola di sfogo della “democrazia” sospesa italiana, fino ad ora tollerata e tenuta sotto controllo dal sistema come male minore. In fondo se non ci fosse il Movimento, chissà cosa potrebbe arrivare a fare la gente, meglio illuderli cosi: il cambiamento passa sempre e solo per le urne.
La situazione – a Roma, come nella maggior parte d’Italia – è troppo compromessa per ipotizzare una soluzione con le attuali regole. Ad esempio, nel pubblico impiego è quasi impossibile poter licenziare, e questo le mele marce di ogni livello lo sanno bene. Poi le professionalità necessarie per mandare avanti la complicata macchina statale sono assai difficili da reperire o costruire; ci vuole molto, troppo tempo per la gravità della situazione in cui versa il nostro Paese. Debito pubblico, disoccupazione, fuga di cervelli, consumi stagnanti e zero investimenti. Un futuro che abbraccia sostanzialmente modelli di business legati ad un made in Italy che segna sempre più il passo difronte alle sfide tecnologiche di questo inizio di secolo.
Alla fine sarà la solita vecchia storia all’italiana: cambiare tutto per non mutare niente. E noi ci ritroveremo, non solo più frustrati, cinici e disincantati di prima, ma anche, e soprattutto, più poveri.
Ci vuole un completo stravolgimento dello scenario. Dobbiamo radicalmente cambiare il nostro modo di pensare.
Durante l’ascesa del nazismo gli ebrei pessimisti decisero di darsi da fare: partirono, ed oggi possiamo incontrarne gli eredi a New York ad esempio. Gli altri, gli ottimisti, preferirono aspettare, non prendere iniziative, in attesa che tutto si risolvesse da solo. Oggi, quest’ultimi li possiamo ritrovare (i loro resti quantomeno) in località tristemente note come Auschwitz.
Noi di Democrazia per Azioni siamo pessimisti, non abbiamo più fiducia nel sistema, per questo diciamo basta aspettare, dobbiamo agire: le elezioni non servano a nulla se non a chi ci deve mangiare, spartendosi la gestione del potere.
I corpi intermedi – preoccupati solo di soddisfare/mantenere i loro interessi di apparato – non ci rappresentano. Noi cittadini della classe media – gli unici a tenere veramente in piedi lo Stato con le nostre tasse – possiamo contare solo su noi stessi e sul nostro potere economico, ma per essere veramente ascoltati ed incisivi lo dobbiamo valorizzare, trasformandolo in pressione politica.
La democrazia sta diventando sempre più una farsa, ed il sintomo più evidente è l’alto grado di astensionismo: votare tramite le loro schede elettorali non serve a niente. L’offerta politica è solo una polpetta avvelenata.
Per cambiare veramente le cose, noi vogliamo/dobbiamo votare col nostro portafogli.
Pagare le tasse è un dovere, ma solo quando lo Stato è formato da sane istituzioni. Quest’ultime sono sempre più inique, e per causa loro vi è un continuo allargarsi delle violazioni delle regole, sempre meno credibili.
Senza fiducia non vi può essere una sana economia, presupposto imprescindibile per un aumento generalizzato della ricchezza.
Senza fiducia si sprecano sempre più risorse in attività di controllo (improduttive) e la burocrazia s’ingrassa.
Senza fiducia non vi è il concorrere di tutti verso uno sforzo comune, ognuno pensa solo a sé stesso e l’orgoglio di Patria viene divorato dal tornaconto personale.
I legislatori rispondono alle richieste politiche dei ricchi e dei potenti, cioè di chi ha maggiori capacità economiche e sa come usarle alfine di ottenere vantaggi particolari.
Noi cittadini della classe media dobbiamo farci ascoltare facendo la stessa cosa dell’1% più ricco.
Attraverso la legalizzazione del diritto allo sciopero fiscale – che non significa evadere le tasse indiscriminatamente – costruiremo uno strumento legale per mettere a disposizione dei cittadini della classe media, norme che permettano di non pagare la tasse/imposte nel momento in cui queste non siano utilizzate per il bene comune come ad esempio sanità, istruzione, previdenza e sicurezza.
Dobbiamo costringere lo Stato ad ascoltarci perché senza il nostro contributo economico lo stesso Stato crollerebbe. Prima noi ci convinciamo di questo nostro potere, e prima riusciremo a risollevarci da questa crisi che prima di essere economica è etica.
Non ci sarà alcuna duratura ripresa, nessuna vera crescita senza una classe media florida e rispettata.
Legalizziamo il diritto allo sciopero fiscale: paghiamo per ciò che è giusto votando col nostro portafogli. Informatevi su www.scioperofiscale.it firmate la petizione sul blog e approfondite i temi qui trattati acquistando il libro digitale “Democrazia per Azioni” in vendita su Amazon.
La vera rivoluzione inizia nella nostra testa e non dagli scontrini di una trattoria, prendiamo coscienza del nostro potere, impariamo ad usarlo per il nostro futuro.

Alessandro Bartoli

TSIPRAS E VECCHI MERLETTI

Le elezioni greche hanno riconfermato nuovamente Alexis Tsipras e la sua Syrisa – con circa il 36% dei voti per un corrispettivo di 145 seggi su 300 – quali vincitori nell’agone democratico. Il centottantaseiesimo Primo Ministro ellenico, viene riconfermato dopo aver, nei fatti, abiurato al suo programma anti-Troika, in virtù del quale fu eletto nemmeno un anno fa. Peraltro, con l’aggravante di aver sconfessato il risultato schiacciante del referendum da lui stesso indetto, al culmine di una trattativa logorante in sede europea, dove oltre il 60% dei votanti decideva di rispedire al mittente le proposte per “soccorrere” lo Stato greco (che ha innegabilmente alle sue spalle una serie corposa di fallimenti, fin dal momento della sua istituzione nei primi decenni dell’Ottocento, quando ancora era una monarchia). Le richieste furono giudicate, non solo da molti osservatori economici più o meno neutrali, ma anche dalla maggioranza del popolo, oltreché moralmente inaccettabili, anche inutili: non avrebbero risollevato né l’economia né la vita di molte, troppe persone, precipitate nella povertà a causa della crisi. Inoltre, i cittadini si ritrovarono ad esprimere il loro voto letteralmente assediati sia dalle pressioni derivanti dalle tempeste sui mercati finanziari (la borsa di Atene subì un crollo a due cifre) sia dalle istituzioni/politici di mezz’Europa che propendevano, in maniera tutt’altro che disinteressata, per una bovina accettazione delle condizioni/ultimatum. Ognuno aveva le sue ragioni. Spagna, Portogallo, Irlanda ed Italia, non potevano caldeggiare una politica che si rifiutasse di chiedere sacrifici ulteriori ai cittadini in nome dell’austerità: avevano già preteso molto dai propri connazionali in nome del risanamento delle pubbliche finanze e ciò avrebbe sostanzialmente dato vigore alle tesi dei partiti euroscettici. D’altro canto i paesi germanocentrici non concepivano di generare un precedente dove si concedevano trasferimenti praticamente a fondo perduto; anzi se proprio lo si doveva creare – visto lo scarso peso dell’economia ellenica in rapporto al PIL aggregato europeo – si poteva “punirne uno per educarne cento” tutto sommato ad un prezzo politico ed economico relativamente contenuto (nel breve periodo, perché nel lungo sarebbe stata tutt’altra storia). Fatti questi necessari approfondimenti, è ancor più apprezzabile, se possibile, non solo il risultato referendario, ma anche lo stoicismo di chi lo ha espresso.

Su questa vicenda si potrebbe entrare più nel dettaglio, ma a noi di Democrazia per Azioni interessa la morale che se ne può ricavare: il voto democratico dei cittadini non conta più nulla.
Se ne sono accorti loro malgrado gli elettori ellenici: negli ultimi anni hanno votato di tutto. Non hanno mai potuto discostarsi dal solco scavato per loro dai poteri economici e finanziari a livello sovrastatale in nome delle regole di mercato liberiste.
Ecco spiegato l’altissimo livello di astensionismo che ha caratterizzato queste elezioni, ed ecco svelato il segreto della vittoria di Tsipras e Syriza: una minoranza di votanti decide per tutti quanti.

Trascendendo l’esempio greco, la realtà incontestabile è una soltanto: a livello non solo europeo, ma mondiale, la classe media sta letteralmente sprofondando nella povertà, con l’1% al vertice sempre più ricco. Come un’idrovora risucchia la ricchezza prodotta, pagando al contempo un livello di tassazione assolutamente irrisorio.
Sono le regole a creare i mercati (bellezza!) e i governi a generano queste regole.
Un mercato – qualunque mercato – richiede che il governo stabilisca e faccia rispettare le regole del gioco, ma quest’ultime non sono neutrali o universali, né tantomeno permanenti. Rispecchiano i valori ed i principi della società; anzi i valori ed i principi di chi in quella società ha più potere per determinarle o influenzarle.
Se una democrazia servisse veramente allo scopo per cui è stata immaginata, i politici, i giudici ed i funzionari dell’apparato pubblico stabilirebbero regole e comportamenti quanto più in accordo con i valori della maggioranza dei cittadini: il “libero mercato” produrrebbe risultati in grado di migliorare il benessere della grande maggioranza della popolazione.
Poiché il reddito e la ricchezza sono concentrati al vertice – nell’1% più ricco – anche il potere politico si è trasferito lì.
Si celebra la libertà come pietra angolare della democrazia, senza ammettere che il crescente squilibrio di potere nella nostra società ne sta erodendo ampie fette dalla maggioranza dei cittadini. I risultati e le conseguenze delle elezioni sono lì a dimostrarcelo. L’astensione è il sintomo più evidente: sempre più persone stanno capendo che votare è solo un dolce veleno, come un vino di sambuco mischiato all’arsenico. La democrazia ne è completamente inquinata.
E, sempre più spesso, per libertà si intende, tacitamente, quella straripante delle corporation, libere di fare ciò che vogliono: non allargare la torta economica per tutti, ma di consegnarne fette sempre più grandi ai massimi dirigenti ed azionisti delle multinazionali e delle banche.

In Italia si discute se eleggere o nominare i senatori. Non è questo il vero problema.
Dobbiamo legalizzare il diritto allo sciopero fiscale per trasformare il potere economico della classe media in pressione politica – proprio come fa l’1% più ricco: usare la sua disponibilità economica per avere regole su misura.
Non possiamo più attendere, altrimenti continueremo ad impoverirci sempre più e ci sveglieremo un giorno economicamente azzerati. Poveri, non conteremo niente. Saremo solo commiserati, e sarà troppo tardi.
Se è giusto pagare le tasse per finanziare lo Stato – previdenza, assistenza sanitaria, istruzione e sicurezza – è altrettanto giusto non pagare – in maniera regolamentata, altrimenti è solo evasione fiscale – quando non si riceve più nulla in cambio, perché chi dovrebbe vigilare sui nostri interessi si è scelto altri padroni.
Legalizzare il diritto allo sciopero fiscale significa, in un mondo dove il voto democratico è svuotato di ogni sostanza, avere il potere di votare col proprio portafogli.
Non dobbiamo astenerci dal voto, dobbiamo imparare a votare col nostro portafogli.
L’élite, con la complicità di politica e burocrazia defli Stati, gode della possibilità di occultare la propria ricchezza nei paesi fiscali; noi cittadini della classe media, gli unici a mantenere veramente in piedi il sistema, dobbiamo dare un significato politico alla nostra ricchezza. Dobbiamo prendere coscienza del nostro ruolo nella storia.
Fino alla Prima guerra mondiale la classe media di fatto non esisteva. Non diamo per scontato la nostra sopravvivenza ed il nostro tenore di vita.

Alessandro Bartoli

RENZI: IL PIFFERAIO MAGICO

Settembre, tempo di bilanci: trascorse le meritate vacanze – per chi ancora se le può permettere – in luoghi più o meno esotici, gli italiani tornano al solito trantran. Lavoro – per chi ce l’ha, visto che i dati sull’occupazione non sono per nulla incoraggianti, nonostante euro debole, bassi tassi d’interesse e costo del petrolio ai minimi – scuola – ennesima riforma permettendo – ed i soliti annunci sull’imminente taglio delle tasse da parte del Governo narrante.

Anche coloro che non provengono da studi ragionieristici, sanno che ogni riduzione delle entrate richiede una speculare diminuzione delle uscite.
L’ultimo che ci ha provato Mr Spending Review (leggi: revisione delle spesa pubblica per i meno avvezzi agli inglesismi) Carlo Cottarelli, dopo approfondite analisi, ha alzato le mani e girato i tacchi tornandosene negli Stati Uniti. Il suo dossier conclusivo, pieno di dati, cifre e percentuali sia di apparati burocratici sia di enti statali e parastatali più o meno inutili, dopo aver languito in un cassetto di qualche ministero per parecchi mesi, è stato reso pubblico giusto come mero esercizio intellettuale, con fini più teorici che, per così dire, pratici.
Questo la dice lunga, sulle reali intenzioni del nostro Premier, mai passato per elezioni, ma paracadutato dall’alto per volere dell’ex presidente della Repubblica, dopo arcane alchimie di palazzo, sentite le ambasciate di Germania e Stati Uniti.
Di proclama in proclama, con il suo story telling (leggi: narrativa) il nostro presidente del Consiglio butta sapientemente la palla in avanti (leggi: meglio tirare a campare che tirare le cuoia, si sarebbe detto ai tempi della Democrazia Cristiana) sempre più simile, non tanto al suo predecessore di Arcore che per un ventennio ha saputo promettere senza mai mantenere, ma al pifferaio magico della fiaba. Suonando il suo diabolico piffero incantatore, conduce prima i topi poi i bambini verso un tragico destino.
Piuttosto che bambini lamentosi, noi italiani siamo ratti, peggio, schifosi roditori. Almeno è così che ci vedono i nostri politici, dato il modo in cui ci trattano, anzi ci umiliano difronte al mondo intero.
«Ci sono molti dirigenti inadeguati, almeno 10 – dichiara l’assessore alla mobilità romana Stefano Esposito sul Messaggero – ma ci siamo resi conto che lo scioglimento dei loro contratti comporterebbe costi troppo elevati. Le risorse che abbiamo a disposizione, in questa fase economicamente difficile, vanno invece tutte investite nei servizi per i cittadini». Tradotto: visto che a pagare sono i cittadini, chissenefrega di licenziare 10 manager che la stessa giunta giudica inadeguati, anche perché i soldi non ci sono; qualcuno se li è mangiati tutti.
Questa non è una critica alla gestione Marino – che a dispetto di tutti e tutto, compreso la sua dignità, il rispetto che dovrebbe a chi lo ha eletto oltreché all’imminente Giubileo, se n’é stato stoicamente in vacanza – ma a tutta la politica: se una delle città da sempre tra le più belle al mondo è ridotta a una M-E-R-D-A, la colpa non può essere di un solo uomo; troppo comodo.
Non pensiamo nemmeno però sia di tutti, politici eletti e popolo elettore: quando la responsabilità è di tutti, alla fine non è mai di nessuno.
La società civile ha l’obbligo morale di reagire; indignarsi non basta più.
Noi di Democrazia per Azioni sosteniamo che se oggi ci fosse la legalizzazione del diritto allo sciopero fiscale (il motivo per cui è nata la nostra Associazione) che riconoscesse ai cittadini – lavoratori dipendenti, liberi professionisti, imprenditori e pensionati – a fianco del dovere di finanziare lo Stato attraverso le tasse e le imposte, la possibilità di non pagarle – in maniera regolamentata – quando i servizi pubblici saltano completamente o diventano solamente una scusa per soddisfare gli appetiti di pochi con la complicità della politica, finalmente le cose non solo cambierebbero, ma migliorerebbero alla grande.
Non ci sono i soldi per la buonuscita dei dieci dirigenti, ma per i loro stipendi sì, ci dice la politica. Con la legalizzazione del diritto allo sciopero fiscale, esisterebbe il meccanismo per non pagare a questi personaggi né gli stipendi né la risoluzione del contratto, visto che sono stati giudicati inadeguati ed hanno contribuito a costituire un passivo per l’Atac che nel solo 2014 è di 140 milioni di euro.
La gente avrebbe realmente potere su coloro che li rappresentano, perché il voto – quello nella cabina elettorale – non conta più nulla (se mai è servito a qualcosa).
Il vero potere, in un’economia di mercato è votare – in maniera regolamentata da una legge dello Stato, altrimenti è solo pura evasione fiscale – col proprio portafogli, trasformando il potere economico che ancora possiede la vituperata classe media in pressione politica.
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Alessandro Bartoli

 

 

TU, CHE ITALIA VUOI?

 Alessandro Bartoli Presidente di Democrazia per Azioni

Alessandro Bartoli Presidente di Democrazia per Azioni

Quando il nostro Presidente del Consiglio dice che abbasserà le tasse, colui che ha buona memoria e lungimirante buon senso sente odore della solita fregatura.

Il Fondo Monetario Internazionale dichiara che ci vorranno vent’anni per ritornare ad un livello occupazionale pre-crisi, senza peraltro entrare nel merito sui livelli di reddito da lavoro che si percepiranno nel frattempo; il Governo controbatte che non si tiene conto delle riforme già attuate.
Chi si intende un poco di economia sa benissimo che i flebili miglioramenti a cui stiamo assistendo, hanno ben pochi meriti dall’attuale esecutivo: derivano sostanzialmente dall’abbassamento del costo degli interessi pagati sull’immenso debito pubblico (creato negli anni Ottanta dal Pentapartito e da coloro che lo hanno votato e sostenuto), dal calo del prezzo del petrolio e dall’indebolimento dell’Euro sul mercato valutario. Niente di tutto ciò è dipeso dalle decisioni dei nostri sedicenti politici: la domanda interna segna il passo alla faccia degli ottanta euro – utili quanto un cerotto su una gamba di legno.
Le riforme previste nel Jobs Act – parola anglofona moderna e “ficosa”, per una legge che toglie diritti ai lavoratori con la scusa di fare il loro bene rendendoli più “concorrenziali” nel grande mercato globalizzato ed attrarre investimenti stranieri – non è altro che un ulteriore passo verso il baratro di una percorso iniziato nel 2001 quando la Cina, con la sua immensa forza lavoro iper-sfruttabile e poi sfruttata a seguito della delocalizzazione, fu ammessa nell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO). In quel momento né i Paesi sviluppati né tantomeno la Repubblica Popolare Cinese posero la questione dei diritti umani sul tavolo delle trattative: l’occasione di poter aggiungere un miliardo di risorse umane a basso costo al mercato del lavoro globale, era troppo ghiotta per le élite economiche ed i governi che li rappresentavano. Abbassare i costi di produzione mantenendo il prezzo finale inalterato, stava letteralmente avverando il sogno di ogni neocapitalista che si rispetti, al di qua ed al di là della Grande Muraglia. Con la complicità della politica completamente asservita ai loro interessi ed accecati dall’avidità, le lobbies finanziarie ed industriali mondiali hanno accresciuto a dismisura la loro ricchezza, facendo pagare il conto alla classe media (non solo italiana). L’esplosione della bolla immobiliare americana, la questione dei debiti sovrani in Europa e tutto ciò che si è aggiunto poi, hanno lo stesso peccato originale: la democrazia si è piegata alle esigenze del neocapitalismo due punto zero globalizzato nato con la delocalizzazione, che ha messo in concorrenza masse immense di lavoratori in una frenetica gara al ribasso verso una schiavitù salariata. Con particolare riferimento all’Italia, nella speranza che la crisi così determinata passasse, abbiamo provato a reggere alla diminuzione del reddito da lavoro mediante compensazione, erodendo cioè il patrimonio accumulato dalle precedenti generazioni sia per mantenere inalterato il nostro stile di vita sia per far fronte all’esplosione della domanda fiscale da parte dello Stato ipertrofico, quest’ultimo peraltro, nonostante le sue promesse, non ha mai manifestato nessuna seria intenzione di ridimensionare la sua atavica fame delle nostre sempre più scarse ricchezze.
La Grecia ci ha insegnato una cosa: se i cittadini per primi non ci si preoccupano dei loro diritti e non controllano l’operato della politica, prima o poi tutti i nodi vengono al pettine e quando la marea di finta ricchezza cala si vede chi sta facendo il bagno nudo.
Contro questo Stato, dove il nostro voto non conta più nulla se non a garantirci il diritto di scegliere da quale fazione del partito degli affari e della corruzione farci derubare, noi proponiamo la legalizzazione del diritto allo sciopero fiscale.
Finanziare il welfare state – previdenza, istruzione, sanità e sicurezza – è dovere di ogni cittadino onesto. Ciò dev’essere bilanciato dal diritto – regolamentato, altrimenti sarebbe pura evasione – di non pagare quando le pubbliche istituzioni non restituiscono alcun servizio perché usurpate da bande di sedicenti politicanti e burocrati navigati, preoccupati solo del loro personale tornaconto.
Nonostante le promesse reiterate da tutti i Governi succedutisi negli anni, sempre più ampie fette di classe media stanno precipitando silenziosamente ed inesorabilmente verso la povertà.
Come le élite economiche fanno sentire alla politica le loro esigenze attraverso le loro lobbies e cerchie ristrette, noi faremo valere le nostre ragioni con un nuovo strumento liberale: la legalizzazione del diritto allo sciopero fiscale.
Per salvarci dalla nostra estinzione, trasformeremo il potere economico che ancora possediamo come classe media in pressione politica: abbiamo un immenso potere, dobbiamo solo prenderne coscienza ed avere la volontà di utilizzarlo.
Pensi che tutto ciò sia solo retorica populista o utopia?
Decidi che Italia vuoi; scopri come puoi salvarti da questo Stato-marcio che imputridisce tutto ciò che tocca: compra il libro in formato digitale “Democrazia per Azioni” (77 pagine) su Amazon a soli 3,17 Euro cliccando qui.

Alessandro Bartoli

TEDESCHI-GRECI: UNA FACCIA UNA RAZZA

 Alessandro Bartoli Presidente di Democrazia per Azioni

Alessandro Bartoli Presidente di Democrazia per Azioni

E adesso tutti addosso a Tzipras.

No fermi, è stato responsabile e ha salvato, almeno per il momento, lo Stato greco.
Anzi, ora che è stata fatta la Grecia, dobbiamo assolutamente fare i greci, o meglio i greci come vorrebbero che fossero i tedeschi, o per essere più precisi le élite non tanto tedesche ma europee. Quelle stesse élite che non si sa come né perché, ma stanno modificando in peggio la vita di tutti noi con la scusa di far quadrare i conti pubblici.
I greci hanno fatto i loro sbagli: corruzione, sclerotizzazione dei diritti dei lavoratori del pubblico impiego a fini clientelari, mancanza di responsabilità certe nel controllo, raccolta e gestione delle imposte, sistema previdenziale completamente allo sbando, sono solo alcuni degli aspetti che hanno portato il Paese alla situazione attuale.
Da Salonicco alla più remota isola dell’arcipelago ellenico, tutti lo sapevano quando sono entrati nell’Euro: prima o poi il conto sarebbe stato da saldare; elettori ed eletti hanno marciato a braccetto verso il suicidio economico, politico e sociale.
Non curanti del proprio futuro né tantomeno di quello dei loro figli hanno proceduto sul sentiero del prestito facile, il guinzaglio con cui il capitalismo ti lega a sé per poi soffocarti lentamente e piegarti ai suoi voleri. Era troppo comodo e troppo bello per resistere, o semplicemente fermarsi per riflettere, del resto chi non desidera essere un vincente nella vita, ed avere quello che hanno tutti gli altri?
Per fare dei fratelli greci dei veri tedeschi secondo le élite europee – esperimento che si sta tentando anche con spagnoli, portoghesi, irlandesi, italiani e prima o poi coi francesi – la prima cosa da fare è farli soffrire, fino a desiderare di non essere mai stati greci. Debbono imprecare contro la loro stessa natura, rinnegarla. Odiarla. Giusto per questo serve l’austerità nell’UE: tutte le volte che un popolo ha un rigurgito di dignità nazionale, che vuole formalizzare mediante democrazia deve essere ricacciato con la testa nel fango fin quando non solo supplicherà, ma anzi ringrazierà la teutonica mano che lo sprona verso la catarsi liberatrice. Ci sarà un giorno dove i popoli di tutta Europa ringrazieranno in un monumentale “Vielen dank!” la grande Germania per averli liberati dai propri vizi nazionali e guidati verso la purezza ariana. Forse dire ariano è politicamente scorretto, avrei dovuto dire grandezza Nibelunga o estasi Wagneriana.
E chissenefrega!
Ma sapete chi sono gli utili idioti in tutto questo? I tedeschi.
Qualcuno li ha convinti che sono loro i custodi di valori quali integrità, giustizia e morale. Sono stati persuasi che il loro agire debba essere il metro per l’intera unione monetaria e per raggiungere questo scopo non importa se si sacrifica la democrazia degli altri, se milioni di persone sono messe in condizione di non avere più speranza. Una continua corsa al ribasso dei diritti di tutti: anziani non più autosufficienti, malati, giovani studenti, lavoratori di ogni età.
Fratelli tedeschi non vi rendete conto che state ricacciando la classe media europea nella povertà dalla quale è emersa non più tardi di un secolo fa, e prima o poi toccherà anche a voi?
E non ci sarà più democrazia che tenga perché proprio voi erti strumentalmente dai ricchi e dai potenti a giudici degli altri popoli l’avete umiliata, screditata ed annichilita.
Si sa che il teatro porta in scena la realtà come fosse uno specchio. Per uno strano destino cinico e baro la Grecia, culla della drammaturgia classica, non è altro che la rappresentazione di ciò che accadrà a tutti noi – compresi i tedeschi che in fin dei conti sono un popolo semplice che ha l’imperdonabile difetto di fidarsi troppo di chi lo governa.
Povertà, è quello che ci attende se continuiamo a piegarci alle élite economiche neo-capitalische che, piegando gli Stati ed i loro sistemi democratici con la frusta dei mercati finanziari, hanno l’unico scopo di depredare i territori ed i popoli delle proprie ricchezze per aumentare i loro patrimoni oltre ogni non solo ragionevole, ma moralmente accettabile misura.
Democrazia per Azioni rappresenta la presa di coscienza della classe media. Se vogliamo evitare la nostra estinzione sociale ripiombando nella miseria, dobbiamo trasformare il potere economico che ancora abbiamo in pressione politica contro gli Stati e le loro burocrazie malate.
Legalizzare il diritto allo sciopero fiscale significa riconoscere che a fianco del dovere di pagare le tasse per finanziare lo Stato moderno, vi deve essere il diritto – regolamentato – di non pagarle quando non si riceve più nulla in cambio.
Democrazia per Azioni, se vuoi che l’Italia cambi la devi cambiare tu!
Iscriviti con noi, collabora con noi; è nel tuo personale interesse.

Alessandro Bartoli

SONO TUTTI TEDESCHI COL CULO DEI GRECI

 Alessandro Bartoli Presidente di Democrazia per Azioni

Alessandro Bartoli Presidente di Democrazia per Azioni

Vero, i greci hanno vissuto per anni al disopra delle loro possibilità.
Ancor più grave che abbiano truccato i loro conti pubblici per entrare in Europa.
È difficile però pensare che tutto ciò sia avvenuto all’insaputa dei solerti e puntuali tecnici di Bruxelles o dei politici degli Stati membri dell’area Euro.
Come in tutte le situazioni complesse riguardanti le dinamiche storico-politiche vi é, per usare un termine assicurativo utile nel momento di stabilire chi deve pagare a chi, un concorso di colpa.
Ora, noi non siamo qui per fare la cronistoria di ciò che è accaduto; semplicemente il nostro intervento vuole essere un auspicio affinché la tattica negoziale tra Troika dei creditori (Fondo Monetario, Banca Centrale più Commissione Europea) e Grecia, non prevalga sulla strategia di fondo: mantenere l’Europa unita ed impedire ad agenti/potenze esterne di approfittare della situazione a proprio vantaggio.
Se la Grecia (leggi: culla della civiltà occidentale) dovesse fuoriuscire dalla zona Euro per una questione di vil denaro significherebbe non solo la resa dell’essere nei confronti dell’avere/possedere, ma anche spalancare la porta a superpotenze economiche/militari come Cina e Russia. E questo, alla lunga, si ritorcerebbe – per la legge del contrappasso- contro l’Europa stessa.
Paradossalmente i Governi più intransigenti nei confronti dei Greci sono quelli che hanno chiesto più sacrifici ai propri concittadini in nome dell’austerità e del risanamento dei conti pubblici. Con una prospettiva oramai pluriennale, pensiamo sia pacifico affermare che da quando i PIIGS (acronimo dei paesi colpiti dalla crisi del debito sovrano quali Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) hanno applicato le ricette di austerità, ben poco è cambiato.
In Italia abbiamo assistito ad un incremento impietoso della pressione fiscale (giudicata dalla stessa Corte dei Conti “intollerabile” con 55 miliardi di tasse in più dal 2009), solamente a carico della classe media. Lo Stato, nonostante i roboanti annunci da parte di tutti i Governi che dall’inizio della crisi si sono succeduti – destra, sinistra e tecnici – passati o meno per “regolari” elezioni (il Porcellum è stato giudicato dalla Consulta incostituzionale), non ha ridotto di un euro la sua spesa corrente. Nello stesso periodo gli investimenti pubblici, necessaria premessa per un futuro all’altezza delle nostre aspettative, sono crollati. Il partito della corruzione e degli affari, diviso in fazioni che gli italiani possono tranquillamente votare ad ogni turno elettorale, non ha mai smesso di funzionare: Mose, Expo e Mafia Capitale sono tristemente noti ad ognuno di noi. Si potranno anche creare più posti di lavoro, ma meno pagati e con meno diritti (schiavitù salariata), ben difficilmente tutto ciò potrà declinarsi in un aumento di ricchezza per il Paese e per la classe media in particolare. Contrariamente a quello che hanno provato a farci credere i nostri politici tutti allineati e coperti nei loro palazzi, dove non c’è una ben distribuita e reale crescita, è impensabile coniugare l’aumento dell’età pensionabile con l’incremento vero dei posti di lavoro. Anche l’ISTAT continua a dire che calano gli occupati e crescono gli inattivi perché perdono la speranza nel futuro.
Ora l’élite di potere – insieme ai loro omologhi europei – sostiene cha la Grecia deve sottostare alle “giuste richieste dei creditori”, non importa se la gente sta letteralmente morendo di fame e non ci sono più i farmaci salvavita.
Il Presidente del Consiglio mentre si rivolge a noi chiedendo tempo per rimettere in piedi il Paese, accusa Tsipras ed il suo Governo di aver sprecato cinque mesi senza fare le opportune riforme – come se i greci si fossero rifiutati di utilizzare la bacchetta magica a loro disposizione. Due pesi e due misure da usare all’occorrenza con estrema disinvoltura: si promette molto e si fa poco in casa propria (ricordate il caso Cottarelli sulla revisione della spesa pubblica mai attuata!), mentre non si perdona il ritardo a casa dagli altri.
Il motivo di questa presa di posizione del Governo italiano contro il legittimo referendum greco (che, a prescindere se si terrà realmente o dall’esito che ne scaturirà, ha l’unica colpa di essere stato messo sul tavolo negoziale in maniera scomposta ed incerta) è la paura di interrogare i cittadini su ciò che realmente vogliono.
Un governo libero deve consentire agli scontenti di comunicare i loro sentimenti, di elaborare i loro programmi e di praticare qualsiasi forma di opposizione affinché non sfoci nella rivolta.
La supponenza delle nostre élite politiche si riflette nel pensare che chi detiene il potere di Governo non ha di fatto bisogno della legittimità democratica derivante dal consenso popolare. Da qui la singolarità di alleanze sempre più fluide di/tra pezzi della politica e società civile, non basate su questioni strategiche e programmatiche, ma sulle capacità di leadership dei singoli attori. Qualsiasi risultato derivi dalle elezioni il “programma politico” (che non c’é) non si distoglie dai vincoli tracciati dal capitalismo finanziario che ricatta gli Stati ed i relativi cittadini mediante il fantasma della bancarotta e della povertà. Quest’ultima a dire il vero attanaglia porzioni della popolazione sempre più ampia.
È per questo che noi di Democrazia per Azioni chiediamo la legalizzazione del diritto allo sciopero fiscale: la classe media deve prendere coscienza della sua forza, trasformando il potere economico che ancora possiede in pressione politica. Questa è l’unica strada se non vuole estinguersi socialmente ricadendo nella povertà.
Legalizzare il diritto allo sciopero fiscale significa che a fianco del dovere di pagare le tasse per finanziare il welfare-state vi deve essere il diritto – regolamentato, altrimenti è solo becera evasione – di non pagare quando lo Stato oramai marcio non ti dà più nulla in cambio.
Firmare sul blog www.scioperofiscale.it la petizione è un opportunità, iscriversi a Democrazia per Azioni un investimento per il proprio futuro.

Alessandro Bartoli

E SE IL PAPA NON MANGIASSE NUTELLA?

 Alessandro Bartoli Presidente di Democrazia per Azioni

Alessandro Bartoli Presidente di Democrazia per Azioni

Io ho sempre mangiato Nutella e, a dispetto dei miei valori di glicemia e colesterolo, continuerò a farlo anche in futuro: in tutta onestà, dell’olio di palma che contiene me ne infischio.
Conseguentemente non m’importa nulla delle dichiarazioni fatte lunedì dal ministro francese dell’Ambiente e dell’energia Ségolène Royal, peso massimo del Governo ed ex moglie del presidente François Hollande quando, durante una trasmissione televisiva, ha accusato la Ferrero di contribuire all’estinzione delle palme invitando il pubblico a non mangiare più la Nutella.
Quello sul quale non riesco proprio a chiudere un occhio è la risposta piccata del ministro italiano all’Ambiente, Gian Luca Galetti o la mossa della moglie del nostro premier che si é casualmente/immediatamente presentata al concept store della Ferrero presso Expo per “spararsi” crepes con Nutella e crema chantilly.
La mia prima reazione è stata di godereccia solidarietà nei confronti non solo della Ferrero, ma anche del Governo per l’orgogliosa reazione a questo tanto inopportuno quanto invidioso attacco francese ad un asset nazionale. In quel momento avrei voluto veramente che la Nutella fosse dichiarata patrimonio dell’umanità ed anche l’UNESCO ne prendesse le difese.
Poi mi sono ricordato che la holding di testa del gruppo Ferrero, la Ferrero International S.A. che nel 2013 ha segnato un fatturato consolidato di oltre 8 miliardi di euro, ha sede in Lussemburgo (accusato in più occasioni di essere un paradiso fiscale).
Tutto legittimo, niente di illegale naturalmente.
A parte la solita domanda riguardante le motivazioni per cui un’azienda sostanzialmente italiana – la Ferrero S.p.a. – che fa del “made in Italy” un suo punto di forza debba tenere all’estero la Holding di testa alla quale appartiene al 100%, la cosa che mi chiedo veramente é: ma la famiglia Ferrero non ha i mezzi finanziari/legali/mediatici per difendersi da sola dagli inopportuni attacchi d’oltralpe ed è stato assolutamente necessario che le nostre Istituzioni ne prendessero le difese?
Qualcuno potrebbe rispondere di sì.
Allora domando perché questo “sdegno istituzionale” non si manifesti in modo altrettanto zelante per i morti dell’amianto che non trovano un colpevole, per i ritardi cronici nella ricostruzione delle zone terremotate, oppure per gli infiniti episodi di corruzione che attraversano longitudinalmente lo spettro politico italiano.
Forse questa domanda suonando populista/demagogica non merita risposta, mi si obietterà.
Vuoi vedere però che in linea di massima sei un imprenditore, un banchiere o un finanziere 2.0 e puoi permetterti di investire qualche migliaio di euro nelle cene di finanziamento del segretario PD (nonché premier), dove è plausibile che ci si scambi reciprocamente il numero di cellulare che non si sa mai, è più probabile che il tuo “mal di pancia” abbia la precedenza rispetto a quello di tutti gli altri?
La gente questo lo ha capito ed è forse per questo che lo scollamento tra società civile e politica sta diventando così netto.
Il Papa chiede perdono per chi non accoglie i migranti, qualcuno si lamenta dicendo che se deve scegliere tra aiutare uno straniero o un italiano preferisce il secondo al primo.
Il problema per noi di Democrazia per Azioni posto in questi termini è fuorviante.
Nel mondo c’è abbastanza ricchezza per tutti, ma risulta mal distribuita: chi ne ha troppa solitamente vive in società a rischio di malattie cardiovascolari dovute all’obesità, chi non ha nulla vive in quelle in cui i rischi derivano dalla malnutrizione e si rischia la vita per una banale diarrea.
La miseria, che è una tragedia in un Paese povero, è qualcosa di più di una tragedia quando colpisce la nostra società opulenta; non essendo necessaria è anche profondamente immorale.
Ci hanno convinti che chi è sfacciatamente ricco lo è per merito, come in passato chi era Re lo era per diritto divino, di conseguenza coloro che sono poveri si meritano la loro indigenza: tutto è legittimato, compreso morire affogati in mare perché dobbiamo scegliere tra aiutare un autoctono italiano o uno sconosciuto straniero e non ci sono abbastanza risorse disponibili per tutti.
Un’epidemia di infelicità si sta espandendo per il pianeta, mentre l’assolutismo capitalista neoliberista globalizzato asserisce il diritto a controllare senza restrizioni le nostre vite.
Noi di Democrazia per Azioni diciamo no ad una politica asservita alla finanza e al neocapitalismo che depreda il territorio con l’unico scopo di continuare ad accumulare nelle mani di pochi tutto quanto, generando sempre più miseria la vera ragione sia della nostra disoccupazione sia di questi esodi epocali.
In una democrazia confiscata dove il voto non conta più nulla noi di Democrazia per Azioni proponiamo di votare col nostro portafogli, trasformando il potere economico che ancora la classe media in via di estinzione possiede in pressione politica.
Se vogliamo godere del welfare state – previdenza, sanità, educazione e sicurezza – pagare le tasse é un dovere, ma deve essere controbilanciato dal diritto – regolamentato – di poter non pagare quando non si riceve più nulla in cambio.
Questa è l’unica possibilità, tutte le altre alternative di protesta civile organizzate sono state superate dai tempi e non funziono più, è evidente.
Fatti non foste per viver come bruti, non lasciatevi convincere che meritate di vivere senza un domani, informatevi su www.scioperofiscale.it ed associatevi a DEMOCRAZIA PER AZIONI.

Alessandro Bartoli