Cos’è il Fiscal Compact?

Il Fiscal Compact o Patto di Bilancio Europeo, che non fa assolutamente parte del diritto comunitario, è un trattato internazionale firmato il 2 marzo 2012 a Bruxelles da 25 su 27 capi di governo dei paesi allora aderenti all’Unione Europea; se ne sono chiamati fuori il Regno Unito e la Repubblica Ceca, oltre alla Croazia che è entrata a far parte dell’UE solamente il primo Luglio 2013.

Il Fiscal Compact – a livello italiano – è stato approvato rispettivamente il 12 luglio del 2012 dalla Camera dei Deputati e il 19 luglio dal Senato della Repubblica, in sintesi è stato votato da tutti  i partiti di destra, centro e sinistra che sostenevano il governo Monti, successivamente il governo Letta e poi, in maniera più o meno esplicita, l’attuale esecutivo; il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha infine promulgato le decisioni del Parlamento, il successivo 23 Luglio.

Premettendo che il trattato non era assolutamente obbligatorio per rimanere in Europa, contrariamente a quello che ci hanno strumentalmente fatto credere tutte le tradizionali forze politiche, possiamo già anticipare che i sacrifici sopportati fino ad ora sono nulla rispetto a quello che ci attenderà a causa della sua entrata a pieno regime: sanità, scuola, pensioni e sicurezza, sono solo alcune delle voci che saranno drasticamente ridotte per mantenere gli impegni presi, visto che per non farci mancare niente abbiamo introdotto il 17 aprile 2012 nella nostra Costituzione anche il pareggio di bilancio; il premio nobel per l’economia Paul Krugman ha affermato a tale proposito, che inserire nell’architrave costituzionale il vincolo del pareggio di bilancio, potrebbe portare alla vera e propria dissoluzione dello stato sociale

Ma esattamente cosa comporta per il nostro Paese il Fiscal Compact?

Dal 2016 l’Italia avrà l’obbligo – oltre a mantenere il rapporto tra deficit e Prodotto Interno Lordo (PIL) inferiore al 3% ed il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” (non legato a emergenze) sempre rispetto al PIL – di ridurre il rapporto tra Debito Pubblico e Prodotto Interno Lordo sino al valore del 60% (rammentiamo che dobbiamo considerare non il PIL reale, cioè al netto dell’inflazione, ma quello nominale, che invece la ricomprende); in generale, un aumento dei prezzi ci aiuterebbe a raggiungere l’obiettivo, mentre una loro diminuzione, al contrario, ci penalizzerebbe ulteriormente. In linea teorica, si può raggiungere l’obiettivo del 60% fissato dal Fiscal Compact, trattandosi di un rapporto numerico, sia lavorando sul numeratore (diminuendo il Debito Pubblico) sia sul denominatore (aumentando il PIL).

Se si decidesse di agire sullo sviluppo, aumentando quindi il denominatore (PIL), dobbiamo
ricordarci che l’Italia soffre strutturalmente di bassa crescita e che l’eurozona – contrariamente ai suoi obiettivi di un’inflazione stabile al 2% – sta rischiando di entrare in deflazione, questo significa una diminuzione generalizzata dei prezzi che si riflette sia sulle aspettative di chi produce, che tende a produrre di meno in attesa che i prezzi tornino a salire, sia di chi acquista, che tende a spendere di meno, immaginando che sia più conveniente aspettare che i prezzi calino ulteriormente; tutto ciò premesso, possiamo affermare che sperare in una forte crescita per abbattere il rapporto tra Debito Pubblico e Prodotto Interno Lordo, sia uno scenario alquanto improbabile.
Se invece molto più verosimilmente, fossimo costretti ad agire sulla strada dell’ulteriore rigore,
riducendo il debito pubblico, dovremmo accantonare un avanzo da destinare al taglio del debito che per i primi anni sarebbe di circa 50 miliardi di euro, cifra, quest’ultima, destinata via via a calare, molto lentamente sia ben chiaro, dal momento che diminuirebbe anno dopo anno il valore assoluto del debito stesso.
È ovvio che con un Prodotto Interno Lordo di circa 1600 miliardi di euro, la cui crescita è, come già evidenziato in precedenza storicamente debole, aggiunto ad un debito pubblico che non accenna a diminuire nonostante i sacrifici fatti (nuovo record storico: 2107 miliardi di euro superati lo scorso febbraio), l’Italia e gli italiani non hanno assolutamente le risorse per perseguire questa soluzione se non a costo di una vera e propria “macelleria sociale”; inoltre, dobbiamo evidenziare che il debito pubblico si autoalimenta quando il tasso di crescita reale è inferiore al costo reale medio del debito, ipotesi quest’ultima quanto mai verosimile, visto che stiamo parlando di scenari macroeconomici di austerity, causati dalla mancanza di incisività ed azione dei nostri politici, che non facendo alcuna seria riforma dello Stato e della pubblica amministrazione, non risultano credibili al giudizio degli altri Paesi membri, i quali, comprensibilmente, non hanno alcuna intenzione di mettere a fattore comune i debiti dei singoli Stati dell’Unione – vista l’inaffidabilità delle nostre Istituzioni, requisito quantomai indispensabile per poter finanziare investimenti strutturali per ammodernare il Paese.

Con queste premesse, l’unico modo per rispettare gli impegni presi dai vari esecutivi e relative maggioranze – tutti eletti più o meno direttamente grazie ad una legge elettorale
giudicata illegittima – a causa della loro incapacità di governare il Paese, attivando le opportune riforme come il taglio degli enormi sprechi della pubblica amministrazione, vera origine diretta della dilagante corruzione nazionale ed indiretta dell’evasione fiscale, sarebbe quello di ridurre in povertà larga parte della popolazione, tramite la cancellazione di ulteriore spesa sociale e l’inasprimento della pressione fiscale; infatti, le opzioni classiche per ridurre l’indebitamento, quali la dismissione del patrimonio pubblico, le privatizzazioni e la riduzione delle risorse statali in genere, non sono efficaci a generare una massa così ingente di risorse economiche.