GEOMETRIA DELLA SOPRAVVIVENZA

Questo articolo richiede circa dieci minuti del tuo tempo, se pensi di non averli, ti consiglio di non iniziarne la lettura. Meglio conservarlo per un momento migliore piuttosto che scorrerlo frettolosamente o superficialmente. Puoi anche passare direttamente a qualcosa che sicuramente ti divertirà di più ma ti servirà certamente meno, in termini di presa di coscienza di come il mondo stia girando.

La combinazione dell’introduzione di un sistema mono-camerale e di una legge elettorale – l’Italicum – che prevede un ampio premio di maggioranza associato al patologico, crescente, astensionismo, è l’anticamera della fine per la classe media. Il vincitore – votato di fatto da una sempre più sparuta minoranza degli aventi diritto – prenderà tutto, potendo “finalmente” governare; peccato che questo Demiurgo sarà completamene asservito al capitalismo neoliberista, cioè quel modello economico/comportamentale che dagli inizi degli anni Ottanta in poi, ha concesso a pochi individui del pianeta la possibilità di ricavarsi fette sempre più grandi della torta a discapito della maggioranza di noi.
Il capitalismo di per sé non è né buono né cattivo.
Chi lo sostiene adduce spesso a sua difesa il fatto che abbia concesso a milioni di persone di assurgere ad un livello di vita solamente impensabile neppure vent’anni or sono. Spesso questi personaggi però tacciono o più semplicemente dimenticano che in passato vi era, a livello assoluto, meno ricchezza da suddividere tra tutti; di fatto mancavano i mezzi (output di produzione) per portare il benessere ad ogni famiglia del mondo. Oggi tale possibilità esiste, ce ne sarebbe per tutti, ma manca la volontà prima morale e poi politica. Sebbene ognuno sia d’accordo nell’affermare genericamente la propria contrarietà alla povertà, ci si divide nel momento in cui si introduce la seguente condizione dirimente: dare di più a chi ha di meno significa riallocare la ricchezza dal ricco all’indigente. Questo diviene ancor più cogente se inseriamo nell’equazione anche i limiti imposti dall’ecosistema. Una crescita infinita dell’economia non può più essere considerata verosimile. Dobbiamo riconfigurare il paradigma economico del capitalismo, attualmente basato solo sulla continua espansione di consumi ed investimenti. Ma prima di capire in che direzione procedere, analizziamone le criticità.

Cerchiamo quindi di sviscerare gli elementi alla base della distribuzione della ricchezza dell’attuale modello di produzione, definiti da Robert B. Reich – economista di fama internazionale ed ex ministro del lavoro statunitense (non dell’ex Unione Sovietica) – i cinque pilastri del capitalismo:
La proprietà: la proprietà privata è il pilastro fondamentale del capitalismo di mercato. Ma che cosa si più possedere, a quali condizioni e per quanto tempo? La risposta a queste domande dipende dalla distribuzione del potere nella società. Secoli fa non era insolito che alcune persone ne possedessero altre. Le regole che disciplinano la proprietà privata vengono contestate ed adattate di continuo, a volte con clamore (ricordiamo tutti i referendum sull’acqua) ma più spesso sotto traccia, in modi quasi impercettibili per chi non ne è direttamente coinvolto. Il punto è come il governo organizza il mercato; ma finché sarà soggetto all’influenza di ciò che in Italia chiamiamo i poteri forti ed alle élite economico-finanziarie il cittadino comune sarà sempre soccombente.
Il monopolio: le decisioni che determinano i limiti degli equilibri di mercato sono assunte all’interno di leggi antitrust o anti-monopolio, poi applicate dalla burocrazia ed infine interpretate dai giudici. Un cospicuo potere di mercato può fornire forti incentivi ad investire ed innovare, ma fa anche salire i prezzi al consumo. Si può inoltre tradurre in influenza politica, per distorcere ulteriormente i mercati a proprio favore. Le posizioni dei nuovi giganti sono straordinariamente forti perché hanno perfezionato le maniere di usare strategicamente i loro guadagni per consolidare il loro potere economico e politico. Esaltano le virtù del “libero mercato”, ma in realtà si adoperano per plasmarlo a loro piacimento. Sono gli assi pigliatutto della nuova economia, e a pagare il prezzo è ancora una volta il cittadino comune.
Il contratto: se la proprietà e il potere di mercato sono il cuore del capitalismo, i contratti ne sono la linfa vitale – sostiene Reich: sono i mezzi con cui si realizzano e si fanno rispettare gli scambi commerciali. Qualunque sistema di scambio richiede delle regole su che cosa si possa o non possa comprare e vendere, quali circostanze costituiscono frode o coercizione e che cosa succede quando le parti non sono in grado di adempiere a ciò che hanno promesso. In una democrazia queste regole emergono dalle assemblee legislative, dagli enti governativi e dai tribunali. Ma le leggi attuali chi servono davvero e quali sarebbero veramente necessarie per servire tutti noi?
Il fallimento: inizialmente concepito perché la gente potesse ricominciare nel momento in cui il venture capital (capitale di rischio) finisse malamente. Il fallimento rappresenta un compromesso tra obiettivi discordi, proprio come le altre regole di mercato. È il sistema usato nella maggioranza delle economie capitaliste per trovare il giusto equilibrio: permettere ai debitori di ridurre le loro dichiarazioni di credito a un livello gestibile e allo stesso tempo spalmare le perdite in modo equo tra tutti i creditori, sotto l’occhio attento di un giudice/curatore fallimentare. L’idea centrale è il sacrificio condiviso: tra debitori e creditori nel loro complesso, e tra i creditori. Qui, nuovamente, il meccanismo richiede decisioni su ogni genere di questioni, e tali delibere spesso si nascondono nelle sentenze dei tribunali, nelle direttive della pubblica amministrazione e nei codici procedurali. Il “libero mercato” di per sé non offre soluzioni; i potentati economici spesso sì. Soprattutto in un paese come il nostro dove il capitalismo relazionale permette a taluni di cadere sempre in piedi, mentre per gli imprenditori e le famiglie della classe media non è concesso alcun margine d’errore.
L’enforcement: l’ultimo pilastro del capitalismo riguarda il meccanismo di controllo ed applicazione delle regole. Ciò che più manca in Italia a causa della sua classe politica ed amministrazione pubblica. Quello che è accaduto e sta emergendo a Roma in questi ultimi tempi è solo un altro esempio di una lista interminabile di corruzione e malaffare. La proprietà va protetta. L’eccessivo potere di mercato va limitato. Gli accordi vanno fatti rispettare (o vietati). Le perdite di un fallimento vanno ripartite. Su tutto questo c’è ampio consenso, le divisioni nascono sui dettagli: quale proprietà merita protezione, quando e quale potere di mercato è eccessivo, quali contratti andrebbero vietati, che cosa fare quando una delle parti non è in grado di pagare. Per molti aspetti il meccanismo di enforcement è quello più nascosto perché le decisioni su che cosa non far rispettare non vengono pubblicizzate. Inoltre i ricchi e i grandi gruppi economico-finanziari che possono permettersi uno stuolo di avvocati esperti hanno un vantaggio permanente e sistematico sui cittadini e le piccole imprese che non ne hanno la possibilità. Gli stessi politici eletti grazie all’impegno/volontà dei poteri forti, possono pubblicamente annunciare una legge nell’interesse dei cittadini (guadagnando visibilità), per poi disinnescarne gli effetti un momento dopo non concedendo i fondi sufficienti per applicarla. L’ultimo episodio in termini di tempo, riguarda l’ennesima erogazione di finanziamenti pubblici ai partiti votata in maniera bipartisan. Mutilare le leggi togliendo risorse agli enti incaricati di farle rispettare (l’equivalente pratico di abrogarle), funziona perché i cittadini non sanno quello che sta succedendo, come anche riempirle di tante eccezioni e scappatoie che diventa quasi impossibile applicarle. Inoltre, rispetto alle entrate dei grandi colossi aziendali, spesso le multe derivanti troppo spesso da patteggiamenti/sanatorie e non da processi risultano irrisorie. Senza il rispetto delle regole non vi può essere fiducia. Senza fiducia non è immaginabile una crescita robusta di consumi e soprattutto investimenti di lungo periodo, perché la gente evita ogni sensibile rischio economico. Non basta dire che va tutto bene, non è così semplice. Conseguentemente mancano i presupposti per un sano capitalismo in grado di produrre ricchezza e distribuirla tra gli attori in gioco. Ognuno pensa solo a sé stesso, proprio come accade a casa nostra. E il paese come sistema arretra, perché non vi è un concorrere comune verso una causa condivisa.

La buona notizia è che le regole non sono statiche: cambiano con il tempo, possibilmente in modo da risultare alla maggioranza dei cittadini migliori e più eque. La cattiva è che troppo spesso cambiano perché alcune persone hanno acquistato il potere di modificarle a proprio vantaggio. Come sta accadendo in molti paesi capitalisti, non solo qui in Italia, negli ultimi decenni. Un circolo vizioso dove il dominio economico alimenta il potere politico ed il potere politico rinforza ancora di più quello economico.
La crescente disuguaglianza della ricchezza e dei redditi non è di conseguenza dovuta solo alla globalizzazione e ai cambiamenti tecnologici. Né è dovuta principalmente alle abili pressioni delle élite per avere imposte più basse, scappatoie fiscali agevolazioni e sussidi governativi più generosi. L’aumento della disuguaglianza è oggi parte integrante dei pilastri del “libero mercato” perché attua di fatto una pre-distribuzione della ricchezza a favore di pochi e a danno di molti. Ed il falso mito della meritocrazia ne é il corollario: il valore di ognuno di noi è determinato/valutato non in relazione alle proprie capacità/produttività, ma da coloro che stanno al vertice della piramide economica/alimentare mediante la loro influenza sulle regole del gioco. Il loro crescente potere è collegato al calo del potere politico ed economico dei ceti medi e dei corpi intermedi che ne dovrebbero rappresentare gli interessi. Primi tra tutti i partiti, troppo sensibili alle sirene delle élite, ma anche i sindacati e le associazioni di categoria. Non sono più in grado (o non vogliono?) di assicurare al 90% della popolazione un reddito ed una ricchezza adeguati per mantenere il tenore di vita che il sistema capitalistico – con la sua capacità di generare ricchezza – potrebbe fornire. La prova di ciò è la contestuale ascesa di due gruppi la cui esistenza è antitetica alle ricorrenti giustificazioni meritocratiche sul perché alcuni siano poveri ed altri ricchi: i poveri che lavorano ed i ricchi che invece non lo fanno.
Ogni tempo ed ogni civiltà conosciuta ispirata ai principi del mercato, vede la metà patrimonialmente più povera della popolazione non possedere quasi mai nulla ( in genere appena il 5% del patrimonio totale), mentre scorrendo la gerarchia dei patrimoni sino al decile superiore scopriamo in capo ad esso una ricchezza in genere superiore al 60% del totale, in certi casi addirittura del 90%. Tra questi due estremi incontriamo – dalla fine delle due guerre mondiali in poi – quel 40% della popolazione che gode di una quota ricompresa tra il 5 ed il 35% del capitale complessivo; questa classe media patrimoniale, molto più ricca del 50% più povero, rappresenta indubbiamente la più imponente trasformazione sistemica della distribuzione della ricchezza nel lungo periodo.
È naturale interrogarsi fino a che punto si sarebbe potuta spingere la concentrazione delle ricchezze se non ci fossero state le due guerre mondiali che, molto più della rivoluzionaria forza della macchina a vapore, hanno rimescolato le carte. Dal caos e dalla distruzione è nata la classe media moderna. E, come è comparsa emancipandosi dall’ombra della storia, oggi rischia di tornare ad esserne inghiottita. Da questa prospettiva, la classe media rappresenta per l’umanita più un eccezione piuttosto che la regola; non si deve nemmeno sopravvalutare l’importanza dei processi innescati della Rivoluzione francese. Il famoso motto “libertà, uguaglianza e fratellanza” non si tradusse mai in una vera redistribuzione della ricchezza verso i più poveri.

Come evitare di lasciar languire infruttuosamente nelle mani di pochi la maggior ricchezza prodotta dal modello capitalista e suddividerla in maniera equa e giusta?
Probabilmente le democrazie dovrebbero contenere più matematica o meglio geometria istituzionale, prevedendo parlamenti composti in modo da rispettare e rispecchiare la composizione e suddivisione della società in base al reddito ed alla ricchezza in generale.
Una sorta di equilibrio dinamico.
Dagli ultimi dati statistici risulta che la ricchezza media delle famiglie italiane è di circa 400.000 €, essa però è una media prettamente teorica in quanto:
Il 50% delle famiglie possiede poco meno del 10% della ricchezza nazionale con un patrimonio medio intorno ai 70.000 €
Il 40% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza disponibile con un patrimonio medio di circa 400.000 €
Il 9% delle famiglie dispone del 32% della ricchezza italiana con un patrimonio medio di poco superiore al milione di euro
L’1% delle famiglie possiede il 13% della ricchezza totale con un patrimonio medio di quasi cinque milioni di euro
Ipotizziamo per semplicità di calcolo che ci siano mille parlamentari. Allora ne andrebbero proporzionalmente 500 ai ceti popolari, 400 ai ceti medi, 90 a quelli ricchi e dieci al ceto dei super ricchi.
Il parlamento dovrebbe rispettare questi numeri nella sua composizione, se così non fosse, significherebbe semplicemente che le regole o sono scritte male o servono per garantire interessi particolari e non generali.
Ad ogni elezione, ogni candidato – che apparterrà per definizione ad una certa fascia economica – potrà candidarsi per uno scranno in parlamento, ma per lui ci saranno tanti scranni disponibili quanto maggiore è il peso della sua fascia economica di provenienza rispetto alle altre fasce.
Meno sono i ricchi nel paese e meno lo saranno in parlamento, maggiore sarà il loro numero, maggiore sarà la loro presenza; in tal guisa l’interesse di tutti – aumentare la propria ricchezza pro-capite – coinciderà con l’interesse generale, mediante una cooperazione sociale istituzionalizzata; si avrà un’equa distribuzione delle risorse tra il numero maggiore possibile di cittadini, favorendo realmente l’espansione della classe media, vero e principale architrave dello Stato liberale. Si attuerebbero finalmente i principi rivoluzionari di libertà, fratellanza ed uguaglianza in maniera stabile e duratura, e non per una “involontaria” circostanza come accaduto al termine delle due guerre mondiali.
Alla scadenza di ogni legislatura, prima di ritornare alle urne vi sarà sempre un’indagine statistica che rideterminerà i limiti delle fasce del parlamento in base alla distribuzione della ricchezza tra i cittadini del paese, garantendo un “aggiustamento” nel tempo secondo criteri di equità e giustizia distributiva.
Il parlamento, con queste nuove regole del gioco, non potrà che lavorare per una società largamente omogenea nel rispetto del principio di uguaglianza intesa non tanto come il fatto che ognuno possieda le stesse cose, ma piuttosto che nessuno sia così povero dall’essere costretto a vendersi o così ricco da poter comprare un altro individuo. L’istituzione del feedback che definisce la rappresentatività di ogni fascia economica nell’emiciclo parlamentare, sarà un correttore naturale di medio/lungo periodo delle scelte legislative effettuate, diventando l’elemento fondante di una rinnovata fiducia del cittadino nello Stato, nella società e nel modello economico.
Alla nascita delle società sono i capi della repubblica ad edificare le istituzioni. Ora, grazie alla matematica (l’altra faccia della geometria), è l’istituzione – sollecitata dalla società civile di cui la nostra Associazione Democrazia per Azioni ne rappresenta una chiara espressione – a formare i capi della repubblica.

Alessandro Bartoli