LORO MENTONO SAPENDO DI MENTIRE. E NOI?

 

 

Come sempre i miei articoli non sono per tutti. Se non avete intenzione di dedicare dieci minuti a questa lettura, vi invito per primo io a procedere oltre, augurandovi Buon Natale, per quel che può servire. Nel caso invece vogliate investire il vostro prezioso tempo per avere un versione non conformata al sentiment generale su ciò che sta accadendo intorno a noi, procedete senza ulteriore indugio.

 

Dovremmo gioire, i consumi natalizi quest’anno cresceranno del 5%; peccato che rimangano comunque inferiori del 30 rispetto a quelli del 2009.
Dovremmo gioire, secondo il Bomba, al secolo Matteo Renzi, l’economia è in moto; peccato che stia già rallentando nonostante una situazione internazionale estremamente favorevole di petrolio, euro e tassi della Banca Centrale europea ai minimi. E, come se non bastasse, la poca crescita che si realizza nel nostro Paese va nelle mani del solito gruppetto di super-ricchi: secondo Bankitalia un terzo della ricchezza nazionale è in mano al 5% delle famiglie.
Consoliamoci allora con il Schadenfreude: termine tedesco indicante il compiacimento malevolo di godere delle sfortune altrui.
In Grecia il popolo è allo stremo (un’altra volta). Il Governo, appena riconfermato alle elezioni politiche indette dallo stesso Tsipras, proprio per attuare le riforme delle troika (Banca Centrale Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale), ha già provocato reazioni sfociate in manifestazioni lungo le strade di Atene. Un classico caso di dissociazione individuale e collettiva: un leader che basa la sua ascesa politica su un programma anti-austerità, indice un referendum che gli conferma una rinnovata fiducia in questa direzione; ma contro ogni aspettativa decide di sottoscrivere appieno le clausole recessive, sconfessando apertamente tutto il suo passato politico, e per questo viene rieletto a mani basse per poi essere prontamente criticato per fare quello per cui è stato votato.
Un gran caos non è vero? Aspettate perché il meglio (o il peggio) deve ancora venire.
A casa nostra qualcuno sta già mettendo le mani avanti. Qualora non si dovessero raggiungere gli obiettivi macroeconomici, la responsabilità sarebbe da imputare non alla patologica corruzione della politica nazionale che impedisce ogni taglio dell’improduttiva spesa pubblica, bensì, ed interamente, al terrorismo presentato come una guerra di civiltà dove chi non sta da questa parte della barricata è per forza considerato un nemico da neutralizzare.
Questo epico approccio/narrazione degli eventi, è politicamente più sostenibile agli occhi di un’opinione pubblica impaurita, che ragiona più con la pancia ed i bassi istinti primordiali piuttosto che con la testa ed il lume della ragione.
L’alternativa per l’establishment sarebbe la mera ammissione del più completo fallimento delle politiche di inclusione sociale. Questo però rischia di trasformarsi nel lungo periodo in un’arma a doppio taglio: facendo di un’erba un fascio del mondo musulmano, si rischia di spingerne la stragrande maggioranza moderata tra le braccia dell’Islam radicale, ingrossandone le fila a nostro completo svantaggio.
Non siamo difronte ad una guerra di civiltà tra occidente e mondo islamico. Molti degli attentati compiuti riconducibili più o meno direttamente al sedicente Califfato sono avvenuti proprio in Stati musulmani come Libano, Siria, Egitto ed Algeria. Questa è unicamente una guerra per il potere. E in occidente approfitta delle tensioni tra ceti sociali: da una parte l’1% più ricco – affiancato dalle istituzioni pubbliche, i media e tutti coloro che hanno interesse a reggerne il gioco – dall’altra coloro che non hanno nulla da perdere. E fra questi, gli ultimi tra giu ultimi, sono proprio i figli degli immigrati residenti nei Paesi ex-colonialisti. In un mondo che non riserva nulla di buono neppure per i giovani laureati bianchi della classe media, questi ragazzi (a zero opportunità) risultano altamente manipolabili. Lo Stato a prescindere dal suo nome, semplicemente non si è occupato di loro: sono cresciuti nelle nostre società come un corpo estraneo. Oggi sono arrabbiati e pieni di risentimento, perché gli viene sbattuto in faccia quella ricchezza che non avranno mai. Loro sono la prova vivente che nascere nelle periferie delle metropoli occidentali, non significa automaticamente avere un vantaggio logistico rispetto a chi è nato nelle zone più remote del globo.
Giovani per cui la vita non ha più senso, trovano nel fanatismo religioso una scusa per rendere quantomeno sensata e giustificata la loro morte: punire il numero maggiore possibile di coloro che giudicano colpevoli della loro precaria situazione, appare come l’unica via verso il riscatto. Questa non è la radicalizzazione dell’Islam ma l’islamizzazione del radicalismo, finanziata in molte occasioni dai petroldollari provenienti dall’Arabia Saudita (alleato strategico di Stati Uniti e Francia, nonché sotto traccia di Israele in chiave anti-iraniana); uno stato a maggioranza sunnita che appartiene di fatto al patrimonio personale della famiglia regnante, la quale detiene il potere sulla base di un accordo pluridecennale col clero di stampo fondamentalista wahabita.
Ma la vera emergenza di questo secolo non è questa, almeno non solo questa.
La sfida del surriscaldamento globale rischia di pregiudicare letteralmente l’esistenza della nostra specie sul pianeta Terra per come noi la conosciamo.
Le perdite del settore assicurativo internazionale dovute ai risarcimenti per cause atmosferiche, sono aumentate da una media di dieci miliardi di dollari durante gli anni Ottanta ai cinquanta dell’ultimo decennio. Ovviamente è impossibile determinare quanto questo dato sia stato influenzato dall’inquinamento umano, dato che negli ultimi tranta/quarant’anni il livello del costruito e quindi di ciò che è potenzialmente soggetto a distruzione è aumentato sia in quantità sia in valore. È comunque una variazione sorprendente oltreché eccezionale. Stiamo parlando di uno dei più grandi rischi sistemici che, in un modo o nell’altro, dovremo affrontare.
Il rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) del 2014 ha dimostrato con dati e cifre inoppugnabili che se il cambiamento climatico proseguirà incontrollato, vi saranno piogge intense, ondate di caldo opprimente, gravi siccità, inondazioni delle zone costiere causanti carestie e morte. Ci saranno profonde ripercussioni a livello sociopolitico: migrazioni di massa, declino economico, conflitti per il controllo delle risorse e probabili guerre civili che pregiudicheranno l’esistenza stessa degli Stati.
A parità di tecnologia ridurre in maniera significativa i gas serra alfine di limitare l’aumento del surriscaldamento, significa diminuire la capacità produttiva a livello globale di una quantità paragonabile per effetti alla Crisi del ’29.
Intanto il governo francese – che ospita il summit internazionale sull’ambiente – in nome della sicurezza (dopo gli attentati), oltre a chiedere una revisione della carta costituzionale per garantire poteri “speciali” all’esecutivo, ha impedito ai manifestanti per il clima di riunirsi il 30 novembre.
Allora perché nello stesso periodo non vengono sospesi gli avvenimenti che comportano forti concentrazioni di presenze come gli incontri sportivi o i mercatini di Natale? Ed ancora, perché il presidente francese Hollande non ha preteso che il summit venisse spostato da un’altra parte? Pare ci siano persone e situazioni per le quali la security è garantita a prescindere, mentre ad altri (ancora una volta coloro che arrivano dai Paesi più poveri e a rischio ambientale del mondo) niente.
Per l’ennesima volta si antepongono gli interessi delle élite a coloro che lottano per sopravvivere.

 

Concludiamo il nostro ragionamento affermando che noi cittadini del ceto medio – gli unici che hanno gli strumenti materiali e culturali per reagire – dobbiamo emanciparci dall’intontimento della narrazione di regime.
Le cose non stanno andando per niente bene, ma le motivazioni e le soluzioni che ci sentiamo propinare ogni giorno non sono assolutamente quelle reali.
Abbiamo bisogno di un nuovo modello economico/sociale e questo può nascere solamente da un nuovo paradigma politico, dove ci siano parlamenti composti in modo da rispettare e rispecchiare la composizione e suddivisione della società in base al reddito ed alla ricchezza in generale.
Una sorta di equilibrio dinamico.
Dagli ultimi dati statistici risulta che la ricchezza media delle famiglie italiane è di circa 400.000 €, essa però è una media prettamente teorica in quanto:
Il 50% delle famiglie possiede poco meno del 10% della ricchezza nazionale con un patrimonio medio intorno ai 70.000 €
Il 40% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza disponibile con un patrimonio medio di circa 400.000 €
Il 9% delle famiglie dispone del 32% della ricchezza italiana con un patrimonio medio di poco superiore al milione di euro
L’1% delle famiglie possiede il 13% della ricchezza totale con un patrimonio medio di quasi cinque milioni di euro
Ipotizziamo per semplicità di calcolo che ci siano mille parlamentari. Allora ne andrebbero proporzionalmente 500 ai ceti popolari, 400 ai ceti medi, 90 a quelli ricchi e dieci al ceto dei super ricchi.
Il parlamento dovrebbe rispettare questi numeri nella sua composizione, se così non fosse, significherebbe semplicemente che le regole o sono scritte male o servono per garantire interessi particolari e non generali.
Ad ogni elezione, ogni candidato – che apparterrà per definizione ad una certa fascia economica – potrà candidarsi per uno scranno in parlamento, ma per lui ci saranno tanti scranni disponibili quanto maggiore è il peso della sua fascia economica di provenienza rispetto alle altre fasce.
Meno sono i ricchi nel paese e meno lo saranno in parlamento, maggiore sarà il loro numero, maggiore sarà la loro presenza; in tal guisa l’interesse di tutti – aumentare la propria ricchezza pro-capite – coinciderà con l’interesse generale, mediante una cooperazione sociale istituzionalizzata; si avrà un’equa distribuzione delle risorse tra il numero maggiore possibile di cittadini, favorendo realmente l’espansione della classe media, vero e principale architrave dello Stato liberale. Si attuerebbero finalmente i principi rivoluzionari di libertà, fratellanza ed uguaglianza in maniera stabile e duratura.
Alla scadenza di ogni legislatura, prima di ritornare alle urne vi sarà sempre un’indagine statistica che rideterminerà i limiti delle fasce del parlamento in base alla distribuzione della ricchezza tra i cittadini del paese, garantendo un “aggiustamento” nel tempo secondo criteri di equità e giustizia distributiva.
Il parlamento, con queste nuove regole del gioco, non potrà che lavorare per una società largamente omogenea nel rispetto del principio di uguaglianza intesa non tanto come il fatto che ognuno possieda le stesse cose, ma piuttosto che nessuno sia così povero dall’essere costretto a vendersi o così ricco da poter comprare un altro individuo. L’istituzione del feedback che definisce la rappresentatività di ogni fascia economica nell’emiciclo parlamentare, sarà un correttore naturale di medio/lungo periodo delle scelte legislative effettuate, diventando l’elemento fondante di una rinnovata fiducia del cittadino nello Stato, nella società e nella sostenibilità del modello economico.
E Buon Natale a tutti.

Alessandro Bartoli