MARINO NON È IL SUO SCONTRINO

Il sindaco Marino si è dimesso. Ci saranno nuove e democratiche elezioni: la parola tornerà ai cittadini. Liberamente e coscientemente, esprimeranno il loro nuovo rappresentante.

Un campione, uomo della provvidenza, per salvarsi dal malaffare, dal traffico, dall’immondizia e, perché no, sistemi anche quel parente che, visto i tempi, senza una spinta, da solo non ce la fa.
Si voterà certo, probabilmente in primavera, in una tiepida giornata di sole. Bisogna solo aspettare qualche mese: non si nega a nessuno un po di tempo per mettersi d’accordo; poi, in fondo, lo dice la legge.
E i romani chi sosterranno questa volta, la destra, la sinistra o tutte-e-due-insieme-responsabilmente?
Fascisti e/o comunisti, come ancora qualcuno continua a dire, quasi a voler ammantare di antica nobiltà/rivalità otto-novecentesca, le odierne fazioni che altro non sono se non due facce della stessa medaglia piagata dalla corruzione e dal malaffare.
Magari vincerà un Cinquestelle, comoda valvola di sfogo della “democrazia” sospesa italiana, fino ad ora tollerata e tenuta sotto controllo dal sistema come male minore. In fondo se non ci fosse il Movimento, chissà cosa potrebbe arrivare a fare la gente, meglio illuderli cosi: il cambiamento passa sempre e solo per le urne.
La situazione – a Roma, come nella maggior parte d’Italia – è troppo compromessa per ipotizzare una soluzione con le attuali regole. Ad esempio, nel pubblico impiego è quasi impossibile poter licenziare, e questo le mele marce di ogni livello lo sanno bene. Poi le professionalità necessarie per mandare avanti la complicata macchina statale sono assai difficili da reperire o costruire; ci vuole molto, troppo tempo per la gravità della situazione in cui versa il nostro Paese. Debito pubblico, disoccupazione, fuga di cervelli, consumi stagnanti e zero investimenti. Un futuro che abbraccia sostanzialmente modelli di business legati ad un made in Italy che segna sempre più il passo difronte alle sfide tecnologiche di questo inizio di secolo.
Alla fine sarà la solita vecchia storia all’italiana: cambiare tutto per non mutare niente. E noi ci ritroveremo, non solo più frustrati, cinici e disincantati di prima, ma anche, e soprattutto, più poveri.
Ci vuole un completo stravolgimento dello scenario. Dobbiamo radicalmente cambiare il nostro modo di pensare.
Durante l’ascesa del nazismo gli ebrei pessimisti decisero di darsi da fare: partirono, ed oggi possiamo incontrarne gli eredi a New York ad esempio. Gli altri, gli ottimisti, preferirono aspettare, non prendere iniziative, in attesa che tutto si risolvesse da solo. Oggi, quest’ultimi li possiamo ritrovare (i loro resti quantomeno) in località tristemente note come Auschwitz.
Noi di Democrazia per Azioni siamo pessimisti, non abbiamo più fiducia nel sistema, per questo diciamo basta aspettare, dobbiamo agire: le elezioni non servano a nulla se non a chi ci deve mangiare, spartendosi la gestione del potere.
I corpi intermedi – preoccupati solo di soddisfare/mantenere i loro interessi di apparato – non ci rappresentano. Noi cittadini della classe media – gli unici a tenere veramente in piedi lo Stato con le nostre tasse – possiamo contare solo su noi stessi e sul nostro potere economico, ma per essere veramente ascoltati ed incisivi lo dobbiamo valorizzare, trasformandolo in pressione politica.
La democrazia sta diventando sempre più una farsa, ed il sintomo più evidente è l’alto grado di astensionismo: votare tramite le loro schede elettorali non serve a niente. L’offerta politica è solo una polpetta avvelenata.
Per cambiare veramente le cose, noi vogliamo/dobbiamo votare col nostro portafogli.
Pagare le tasse è un dovere, ma solo quando lo Stato è formato da sane istituzioni. Quest’ultime sono sempre più inique, e per causa loro vi è un continuo allargarsi delle violazioni delle regole, sempre meno credibili.
Senza fiducia non vi può essere una sana economia, presupposto imprescindibile per un aumento generalizzato della ricchezza.
Senza fiducia si sprecano sempre più risorse in attività di controllo (improduttive) e la burocrazia s’ingrassa.
Senza fiducia non vi è il concorrere di tutti verso uno sforzo comune, ognuno pensa solo a sé stesso e l’orgoglio di Patria viene divorato dal tornaconto personale.
I legislatori rispondono alle richieste politiche dei ricchi e dei potenti, cioè di chi ha maggiori capacità economiche e sa come usarle alfine di ottenere vantaggi particolari.
Noi cittadini della classe media dobbiamo farci ascoltare facendo la stessa cosa dell’1% più ricco.
Attraverso la legalizzazione del diritto allo sciopero fiscale – che non significa evadere le tasse indiscriminatamente – costruiremo uno strumento legale per mettere a disposizione dei cittadini della classe media, norme che permettano di non pagare la tasse/imposte nel momento in cui queste non siano utilizzate per il bene comune come ad esempio sanità, istruzione, previdenza e sicurezza.
Dobbiamo costringere lo Stato ad ascoltarci perché senza il nostro contributo economico lo stesso Stato crollerebbe. Prima noi ci convinciamo di questo nostro potere, e prima riusciremo a risollevarci da questa crisi che prima di essere economica è etica.
Non ci sarà alcuna duratura ripresa, nessuna vera crescita senza una classe media florida e rispettata.
Legalizziamo il diritto allo sciopero fiscale: paghiamo per ciò che è giusto votando col nostro portafogli. Informatevi su www.scioperofiscale.it firmate la petizione sul blog e approfondite i temi qui trattati acquistando il libro digitale “Democrazia per Azioni” in vendita su Amazon.
La vera rivoluzione inizia nella nostra testa e non dagli scontrini di una trattoria, prendiamo coscienza del nostro potere, impariamo ad usarlo per il nostro futuro.

Alessandro Bartoli