TSIPRAS E VECCHI MERLETTI

Le elezioni greche hanno riconfermato nuovamente Alexis Tsipras e la sua Syrisa – con circa il 36% dei voti per un corrispettivo di 145 seggi su 300 – quali vincitori nell’agone democratico. Il centottantaseiesimo Primo Ministro ellenico, viene riconfermato dopo aver, nei fatti, abiurato al suo programma anti-Troika, in virtù del quale fu eletto nemmeno un anno fa. Peraltro, con l’aggravante di aver sconfessato il risultato schiacciante del referendum da lui stesso indetto, al culmine di una trattativa logorante in sede europea, dove oltre il 60% dei votanti decideva di rispedire al mittente le proposte per “soccorrere” lo Stato greco (che ha innegabilmente alle sue spalle una serie corposa di fallimenti, fin dal momento della sua istituzione nei primi decenni dell’Ottocento, quando ancora era una monarchia). Le richieste furono giudicate, non solo da molti osservatori economici più o meno neutrali, ma anche dalla maggioranza del popolo, oltreché moralmente inaccettabili, anche inutili: non avrebbero risollevato né l’economia né la vita di molte, troppe persone, precipitate nella povertà a causa della crisi. Inoltre, i cittadini si ritrovarono ad esprimere il loro voto letteralmente assediati sia dalle pressioni derivanti dalle tempeste sui mercati finanziari (la borsa di Atene subì un crollo a due cifre) sia dalle istituzioni/politici di mezz’Europa che propendevano, in maniera tutt’altro che disinteressata, per una bovina accettazione delle condizioni/ultimatum. Ognuno aveva le sue ragioni. Spagna, Portogallo, Irlanda ed Italia, non potevano caldeggiare una politica che si rifiutasse di chiedere sacrifici ulteriori ai cittadini in nome dell’austerità: avevano già preteso molto dai propri connazionali in nome del risanamento delle pubbliche finanze e ciò avrebbe sostanzialmente dato vigore alle tesi dei partiti euroscettici. D’altro canto i paesi germanocentrici non concepivano di generare un precedente dove si concedevano trasferimenti praticamente a fondo perduto; anzi se proprio lo si doveva creare – visto lo scarso peso dell’economia ellenica in rapporto al PIL aggregato europeo – si poteva “punirne uno per educarne cento” tutto sommato ad un prezzo politico ed economico relativamente contenuto (nel breve periodo, perché nel lungo sarebbe stata tutt’altra storia). Fatti questi necessari approfondimenti, è ancor più apprezzabile, se possibile, non solo il risultato referendario, ma anche lo stoicismo di chi lo ha espresso.

Su questa vicenda si potrebbe entrare più nel dettaglio, ma a noi di Democrazia per Azioni interessa la morale che se ne può ricavare: il voto democratico dei cittadini non conta più nulla.
Se ne sono accorti loro malgrado gli elettori ellenici: negli ultimi anni hanno votato di tutto. Non hanno mai potuto discostarsi dal solco scavato per loro dai poteri economici e finanziari a livello sovrastatale in nome delle regole di mercato liberiste.
Ecco spiegato l’altissimo livello di astensionismo che ha caratterizzato queste elezioni, ed ecco svelato il segreto della vittoria di Tsipras e Syriza: una minoranza di votanti decide per tutti quanti.

Trascendendo l’esempio greco, la realtà incontestabile è una soltanto: a livello non solo europeo, ma mondiale, la classe media sta letteralmente sprofondando nella povertà, con l’1% al vertice sempre più ricco. Come un’idrovora risucchia la ricchezza prodotta, pagando al contempo un livello di tassazione assolutamente irrisorio.
Sono le regole a creare i mercati (bellezza!) e i governi a generano queste regole.
Un mercato – qualunque mercato – richiede che il governo stabilisca e faccia rispettare le regole del gioco, ma quest’ultime non sono neutrali o universali, né tantomeno permanenti. Rispecchiano i valori ed i principi della società; anzi i valori ed i principi di chi in quella società ha più potere per determinarle o influenzarle.
Se una democrazia servisse veramente allo scopo per cui è stata immaginata, i politici, i giudici ed i funzionari dell’apparato pubblico stabilirebbero regole e comportamenti quanto più in accordo con i valori della maggioranza dei cittadini: il “libero mercato” produrrebbe risultati in grado di migliorare il benessere della grande maggioranza della popolazione.
Poiché il reddito e la ricchezza sono concentrati al vertice – nell’1% più ricco – anche il potere politico si è trasferito lì.
Si celebra la libertà come pietra angolare della democrazia, senza ammettere che il crescente squilibrio di potere nella nostra società ne sta erodendo ampie fette dalla maggioranza dei cittadini. I risultati e le conseguenze delle elezioni sono lì a dimostrarcelo. L’astensione è il sintomo più evidente: sempre più persone stanno capendo che votare è solo un dolce veleno, come un vino di sambuco mischiato all’arsenico. La democrazia ne è completamente inquinata.
E, sempre più spesso, per libertà si intende, tacitamente, quella straripante delle corporation, libere di fare ciò che vogliono: non allargare la torta economica per tutti, ma di consegnarne fette sempre più grandi ai massimi dirigenti ed azionisti delle multinazionali e delle banche.

In Italia si discute se eleggere o nominare i senatori. Non è questo il vero problema.
Dobbiamo legalizzare il diritto allo sciopero fiscale per trasformare il potere economico della classe media in pressione politica – proprio come fa l’1% più ricco: usare la sua disponibilità economica per avere regole su misura.
Non possiamo più attendere, altrimenti continueremo ad impoverirci sempre più e ci sveglieremo un giorno economicamente azzerati. Poveri, non conteremo niente. Saremo solo commiserati, e sarà troppo tardi.
Se è giusto pagare le tasse per finanziare lo Stato – previdenza, assistenza sanitaria, istruzione e sicurezza – è altrettanto giusto non pagare – in maniera regolamentata, altrimenti è solo evasione fiscale – quando non si riceve più nulla in cambio, perché chi dovrebbe vigilare sui nostri interessi si è scelto altri padroni.
Legalizzare il diritto allo sciopero fiscale significa, in un mondo dove il voto democratico è svuotato di ogni sostanza, avere il potere di votare col proprio portafogli.
Non dobbiamo astenerci dal voto, dobbiamo imparare a votare col nostro portafogli.
L’élite, con la complicità di politica e burocrazia defli Stati, gode della possibilità di occultare la propria ricchezza nei paesi fiscali; noi cittadini della classe media, gli unici a mantenere veramente in piedi il sistema, dobbiamo dare un significato politico alla nostra ricchezza. Dobbiamo prendere coscienza del nostro ruolo nella storia.
Fino alla Prima guerra mondiale la classe media di fatto non esisteva. Non diamo per scontato la nostra sopravvivenza ed il nostro tenore di vita.

Alessandro Bartoli